mercoledì 22 aprile 2009

Il programma di Hillel ed 'Aqiva interpretato secondo Hare


Più che una dissertazione, questa è una divagazione tra matematica, halakhah = legge religiosa ebraica, e filosofia morale, ispirata ad una conferenza tenuta a Verona il 6 Febbraio 2009 dall'UAAR per rendere omaggio a Charles Darwin nel 200° anniversario della nascita (avvenuta il 12 Febbraio 1809).

Tra gli invitati c'era il preside della facoltà di Scienze Matematiche dell'Università di Verona, Roberto Giacobazzi, il quale ha spiegato come i risultati negativi siano spesso stati fecondi per il progresso della scienza; tra gli esempi che lui ha citato c'era la confutazione del programma di Hilbert ad opera di Goedel.

In poche parole, David Hilbert voleva basare tutta la matematica su un piccolo gruppo di assiomi, dai quali tutti i teoremi fossero deducibili con semplici operazioni formali - Giacobazzi ha detto: "dimostrabili da una macchina". Ma Kurt Goedel dimostrò che un simile obbiettivo era irrealizzabile, perché esistono dei teoremi non deducibili in questo modo.

Il teorema di Goedel è stato la dannazione dei matematici puri, ma ha consentito ai matematici applicati di sviluppare l'informatica, disciplina di cui tutti oggi godiamo i frutti.

Una banale allitterazione fa passare da Hilbert ad Hillel, il famoso caposcuola ebreo che una volta fu sfidato a spiegare tutta la Torah stando su un piede solo, e si cavò d'impaccio enunciando quella che viene spesso chiamata la "regola aurea": "Quello che ti è sgradito, al tuo prossimo non lo fare. Questa è tutta la Torah, il resto è commento. Va' e studia." [Talmud Bavli, Shabbat 13b]

Lasciamo perdere per il momento la continuazione: "Va' e studia", e concentriamoci ora sulla "regola aurea". La mia opinione è che essa fosse un tentativo di ridurre le regole halakhiche a deduzioni da un unico principio ispiratore - un programma simile a quello di Hilbert in matematica.

Non era solo Hillel a perseguire un siffatto programma: il Talmud riferisce di una disputa tra rabbini su quale brano della Torah la riassumesse completamente, ed il vincitore della contesa fu ritenuto Ben Azay, il quale trovò il riassunto in "Nel giorno della sua creazione l'uomo fu creato ad immagine di D%o". Secondo classificato fu Rav 'Aqiva, che diede un'altra versione della "regola aurea": "Ama il prossimo tuo come te stesso. Questo è il grande principio della Legge".

Complimenti a Ben Azay, ma la "regola aurea" ha il pregio di essere transculturale, ovvero conosce molte formulazioni analoghe anche in culture non (ancora) influenzate dalla Bibbia.

Il filosofo Richard Mervyn Hare (1919-2002) conosceva sicuramente la Bibbia, e forse anche il pensiero ebraico (visto che è stato il maestro di Peter Singer), e basa la propria filosofia morale sulla "regola aurea"; anzi, osserva che si possono tranquillamente derivare da essa i principi dell'imperativo categorico kantiano, che sono questi:
  1. Agisci in modo che tu possa volere che la massima della tua azione divenga universale;

  2. Agisci in modo da trattare l'uomo, così in te come negli altri, sempre anche come fine e non mai solo come mezzo;

  3. Agisci in modo che la tua volontà possa istituire una legislazione universale.
Mi pare ovvio che, se uno vuole infliggere al prossimo ciò che lui stesso non tollererebbe si pone contro questi tre principi; e chi aderisce a questi tre principi si guarda bene dall'infliggere al prossimo quello che lui stesso non tollera.

E questo sebbene Kant abbia a suo tempo preso le distanze dalla "regola aurea", con questa famosa osservazione: il detenuto, giustamente condannato, potrebbe appellarsi al suo giudice dicendo che non deve fare a lui [il reo] quello che non tollererebbe per sé - ed il giudice che applicasse la "regola aurea" dovrebbe perciò liberarlo.

A dire il vero, mi pare una confutazione un po' ingenua: non si diventa giudici se non si è disposti ad applicare la legge anche a costo di rimetterci (testimone il Creonte antagonista dell'Antigone di Sofocle), e quindi il giudice risponderebbe che se fosse lui colpevole, sarebbe il primo ad invocare la punizione su se stesso.

Hegel aggiunse che il reo ha il diritto ad essere punito, perché solo la punizione lo riscatta, e solo chi è punito viene riconosciuto ed onorato come essere razionale - in una parola, anche le punizioni hanno la loro "utilità" per il reo, specialmente se il reo è convinto di averle meritate.

Vorrei però approfondire un'altra operazione di Hare, ovvero il voler dimostrare la compatibilità tra la filosofia morale kantiana e l'utilitarismo di Jeremy Bentham e John Stuart Mill.

Riassumendo molto, le teorie utilitariste presumono che ogni persona abbia una "funzione di utilità", che lega il possesso o consumo di un bene, od un'azione compiuta o subita al vantaggio che se ne trae - la cosiddetta "utilità".

Lo studio delle "funzioni di utilità" è un argomento abbastanza delicato che preferisco lasciare agli specialisti di economia, filosofia, biologia, psicologia - mi accontento di aver accennato alla loro esistenza come presupposto di una filosofia morale.

Per un utilitarista, lo scopo dell'azione morale è "massimizzare" l'utilità totale delle persone coinvolte; chi si pone quest'obbiettivo:
  1. vuole che la massima della propria azione divenga universale (perché di questa "massimizzazione" si avvantaggerebbe sia che fosse lui a promuoverla, sia che fosse un'altra persona);
  2. vede nelle persone anche dei fini (che desiderano che la loro utilità venga massimizzata, compatibilmente con quella totale) e non solo dei mezzi (per massimizzare la propria utilità);
  3. agisce in modo che la sua volontà possa istituire una legislazione universale (perché massimizzare l'utilità totale è un obbiettivo che a tutti giova).
Abbiamo potuto ricondurre quindi l'utilitarismo a Kant ed alla "regola aurea". Si ritiene spesso che l'utilitarismo sia una morale egoistica, ma non è vero, e si può dimostrare con un semplice esempio.

Si è riscontrato che nella maggior parte delle "funzioni di utilità" l'utilità marginale è decrescente; per esempio, 10 Euro sono una grande somma per un disoccupato (cioè sono per lui di grande "utilità"), ma un'inezia per un magnate (ovvero la loro "utilità" è minuscola perché lui di denaro ne ha già tanto).

Perciò il magnate che dà 10 Euro ad una persona molto povera (o in beneficienza, oppure pagando un'imposta progressiva che finanzia lo stato sociale) si priva di una minuscola "utilità" per dare una grande "utilità" al beneficiario. L'utilità totale viene così accresciuta dal dono.

L'utilitarismo quindi incoraggia un altruismo ragionevole, non la grettezza. Più serio inconveniente dell'utilitarismo è questo: una morale utilitaristica imporrebbe a chi vuole comportarsi in modo "perfetto" di passare la vita facendo calcoli morali, nel tentativo di massimizzare l'utilità che deriva da ogni azione.

Non sono calcoli facili, anche perché gli economisti si sono resi conto che le "funzioni di utilità" sono incomparabili: la funzione di utilità di una persona può essere diversissima da quella di un'altra, senza che la prima possa rendersene conto. E' uno dei motivi per cui non è facile indovinare il regalo giusto per un'altra persona, e se uno volesse vivere cercando di massimizzare in ogni circostanza la felicità di tutti, rischierebbe ad ogni istante di commettere dei grossolani errori di giudizio.

George Bernard Shaw ironizzò su questo consigliando di non fare al prossimo quello che vorresti lui facesse a te, perché i suoi gusti potrebbero essere diversi; Hare cerca di aggirare le difficoltà a cui porta l'affidarsi sempre e comunque al calcolo utilitaristico postulando due livelli di pensiero morale: un livello intuitivo ed un livello critico.

Il livello critico è quello dei calcoli morali difficili e talvolta fuorvianti, che vanno intrapresi però nelle circostanze in cui il livello intuitivo si rivela insufficiente.

Il livello intuitivo è quello dei semplici principi morali che vengono insegnati ai fanciulli, oppure dei precetti etici dei codici deontologici delle libere professioni; essi hanno (o dovrebbero avere) il pregio di consentire un'adeguata massimizzazione dell'utilità totale nelle normali circostanze della vita. E se ci si trova in una situazione eccezionale in cui questi principi entrano in conflitto tra loro?

Si deve passare al livello critico della riflessione. Hare avverte però che è molto facile per la persona direttamente coinvolta nel problema, e che magari non ne conosce abbastanza bene i termini, credere di operare una riflessione critica, e cadere invece nello special pleading, ovvero nel rivendicare un trattamento speciale dal punto di vista etico che non ha alcuna giustificazione.

Il consiglio di Hare in questi casi è di rivolgersi ad un terzo quando è possibile; e quando non è possibile, di resistere alla tentazione di abbandonare i principi morali consueti, perché c'è il rischio concreto di scegliere una condotta pessima in luogo di una passabile, anche dal punto di vista utilitaristico.

Questo consiglio di Hare ci consente di chiudere la digressione sull'utilitarismo e tornare all'halakhah (legge religiosa ebraica). Una cosa che colpisce chi legge la letteratura halakhica a carattere divulgativo (se ne trova molta in Internet) è che molto spesso il lettore viene avvertito che in una certa situazione lui dovrebbe rivolgersi ad un rabbino, perché ci sono diverse mitzwot = comandamenti in conflitto.

Queste avvertenze mi fanno pensare che il rabbino in questione debba ricorrere a dei calcoli decisionali, anche se non formalizzati matematicamente, in cui entrano in gioco il peso relativo di ogni mitzwah e le circostanze che esigono rigore od ammettono licenza.

Un caso che mi ha particolarmente colpito è qui spiegato: http://www.yeshiva.org.il/midrash/shiur.asp?id=6412

Come potete constatare leggendo il documento, il cohen = sacerdote è tenuto ad evitare gli edifici in cui si trovino dei cadaveri; perciò visitare un malato in ospedale crea in lui un conflitto di mitzwot da far risolvere ad un rabbino.

E, per aiutare i rabbini israeliani a decidere al meglio, sono state fatte delle statistiche sugli ospedali del paese, in modo da consentire al rabbino di valutare qual è il rischio che il cohen contragga l'"impurità da cadavere" mentre compie la sua visita e se, date le circostanze, è un rischio accettabile.

Questa valutazione non assume forse la veste di un'equazione matematica, ma è sicuramente un calcolo; ed il "va' e studia" che raccomandava Hillel si può forse interpretare come l'invito ad imparare questo tipo di calcolo ed ad acquisire i dati di cui ha bisogno. Il buon ebreo non ne può fare a meno!

Poiché le situazioni in cui viene raccomandato il rivolgersi ad un rabbino sono molte ed abbastanza comuni, sono indotto a credere che l'halakhah esiga un'ottimizzazione del comportamento ben superiore a quella ritenuta accettabile dalla morale corrente nei paesi postcristiani; e che è possibile tentare di individuare due livelli di pensiero halakhico (uno intuitivo ed uno critico) soltanto ammettendo che al livello intuitivo è concessa un'importanza estremamente limitata, e che l'ideale ebraico è che tutte le persone (o perlomeno quelle di sesso maschile) sappiano ben padroneggiare il livello critico.

Resta a questo punto il problema: in base a cosa è valutato il peso relativo di ogni mitzwah? Che io sappia, la domanda è considerata irragionevole, se non blasfema, perché ogni mitzwah ha la sua importanza e nessuna è trascurabile.

Si potrebbe rispondere in modo più elegante dicendo che ci si trova di fronte ad un problema simile a quello delle "funzioni di utilità" umane: come sono incomparabili le funzioni di utilità delle diverse persone, così sono incomparabili i pesi attribuiti alle diverse mitzwot.

La somiglianza è ben più che formale: tutte le mitzwot = comandamenti presuppongono un Metzawweh = Comandante, e voler stimare il peso relativo di ogni mitzwah equivale a pretendere di determinare la Funzione di Utilità dell'Et^erno, in quanto significa voler almeno sapere quali mitzwot Gli danno più piacere e quali meno!

E' una pretesa impossibile, e si potrebbe osservare che se la Ragione umana ne fosse stata all'altezza, non ci sarebbe stato bisogno della Rivelazione per insegnare all'uomo quel che l'Et^erno vuole da lui.

Ma la pratica impone di agire come se una comparazione almeno grossolana tra le mitzwot fosse possibile, e vale la pena chiedersi se il programma di Hillel ed 'Aqiva, ovvero il ricondurre ogni mitzwah alla "regola aurea", aiuti a valutarne l'importanza relativa.

Qui temo che bisogna ricordare quello che ha detto Roberto Giacobazzi: che un risultato negativo è spesso più fecondo di uno positivo. L'autore del "risultato negativo" che ci interessa è Maimonide, il quale, nella sua "Guida dei perplessi", sulla scorta sia di Aristotele che di opinioni citate nel Talmud, distingue le mitzwot in mishpatim = giudizi e chuqqim = decreti.

Se nei mishpatim si può rinvenire una motivazione razionale, e si può almeno sperare quindi di ricondurli alla "regola aurea", nei chuqqim non c'è una motivazione razionale evidente, e vanno obbediti perché "rivelati", non perché "ragionevoli".

L'halakhah non può quindi essere ricondotta alla filosofia morale, anche se è possibile un utile confronto tra le due discipline.

Per concludere, vorrei precisare che Hare non era un conservatore ad oltranza; lui ha spiegato nel suo libro "Il linguaggio della morale", che le rivoluzioni morali (come quella socratica, che Hare ammira) nascono quando i principi morali tradizionali non si rivelano più adeguati alla situazione - ovvero non garantiscono più la massimizzazione delle utilità, e vanno perciò sostituiti od integrati.

Si potrebbe argomentare che anche nella storia dell'ebraismo ci sono stati momenti di questo tipo (le britot = alleanze tra l'Et^rno e l'umanità che si sono susseguite da Adamo in poi, ognuna delle quali ha completato o precisato una precedente brit rivelatasi insufficiente), ma qui vado davvero oltre le mie competenze.

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