giovedì 28 gennaio 2010

Da un libro di Samir Kassir - 2

Samir Kassir, nelle pagine 133 e 134 del suo libro "Beirut" (Einaudi 2009), dà un giudizio sulle "Tanzimat", cioè le riforme che i sultani ottomani promulgarono nel 19° Secolo per modernizzare il loro impero.

(quote)

Col procedere delle Tanzimat, le città appaiono come lo spazio privilegiato in cui si rivelano le molteplici sfaccettature di una rivoluzione dall'alto che non può spiegarsi con le sole pressioni occidentali. Riformulando i rapporti tra sultano e sudditi, adesso uguali nei diritti, rinnovando il sistema giuridico per adattarlo allo sviluppo del capitalismo, modernizzando l'apparato dello Stato e, quindi, la società, una simile rivoluzione mirava a rifondare un impero che non poteva più ridursi a un immenso dominio fiscale né a una macchina da guerra. Al di là delle misure amministrative che tendevano a dotare lo stato di strumenti specializzati (dipartimenti ministeriali, tribunali civili, filiere di formazione ...), ciò che le Tanzimat modificavano era la vocazione stessa dell'attore statuale, chiamato a rispndere ai bisogni della propria popolazione e a pianificarne il soddisfacimento. Anche il ripristino dell'autorità ottomana, che era una delle principali scommesse della riforma, andava nel senso di una razionalizzazione del governo della città. A questo punto occorreva che una nuova fonte di legittimità compensasse il soqquadro nell'ordine simbolico vissuto dall'impero: nel momento in cui l'islam cessava di essere il fondamento unico del potere imperiale, la gestione volontaristica dello Stato faceva prevalere una rappresentazione della cosa pubblica tesa ad alimentare l'osmanlilik, in altre parole la nazionalità ottomana attorno a cui doveva coagularsi il consenso della popolazione.

(unquote)

Ricordo che Kassir è (anzi, era, perché è stato assassinato nel 2005) cristiano greco-ortodosso, e non aveva motivo alcuno di fare l'apologia dell'islam.

Eppure non può non notare che le Tanzimat portarono l'eguaglianza dei diritti dei cittadini - cosa che implicava un'interpretazione dell'islam che la consentisse, visto che i sultani che promossero le Tanzimat non per questo cessavano di essere califfi (cioè vicari di Maometto).

Gli studiosi del diritto islamico avvertono che la diseguaglianza tra i mussulmani e le varie categorie di non-mussulmani è uno dei pilastri della Shari'a, e quindi le Tanzimat andrebbero classificate semmai nel qanun - ovvero tra i decreti del sovrano, non necessariamente ispirati alla Shari'a o compatibili con essa; però questo link, che riporta un estratto dell'Editto di Gulhane del 1839, mostra che il sultano Mahmud 2° ebbe cura di presentare l'innovazione come un ristabilimento della Shari'a che negli ultimi 150 anni era stata disapplicata - e nessuno osò contraddirlo.

Lo stesso autore che distingue tra "Shari'a" e "Qanun", Sami A. Aldeeb Abu-Shahlieh, fa però notare a pagina 318 del suo libro "Il diritto islamico" (Carocci 2009) che il "consenso" (che può essere espresso dal sovrano a nome del popolo) può abrogare una norma coranica, come è accaduto appunto quando il sultano e califfo Abdulmejid abrogò la jizya (la tassa sui non mussulmani) nel 1855.

Secondo Wikipedia, la piena uguaglianza dei cittadini davanti alla legge fu sancita da Abdul Mejid nel 1856 - meno di settant'anni dopo il 1789.

Ne deduco che non è da oggi che è possibile interpretare l'islam in modo compatibile con l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge - e la costituzione egiziana, che stabilisce all'articolo 2 che la Shari'a (la legge islamica) è la principale fonte del diritto, ed all'articolo 40 che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, non dice in realtà nulla di straordinario - le due cose non sono affatto incompatibili.

Straordinario è invece il modo in cui si cerca di sobillare la gente contro l'islam approfittando della sua ignoranza.

Ed in questo purtroppo si distinguono molte persone che si dichiarano amiche di Israele, e non sono capaci di spiegare come mai nel 1992 la Knesset riuscì ad approvare un'importante legge fondamentale sui diritti umani, ma non poté arrivare al traguardo che Abdul Mejid aveva tagliato nel 1856, perché i partiti religiosi ritenevano (e ritengono tuttora) l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge incompatibile con la loro visione dell'ebraismo.

Gli israeliani dicono che il loro paese è "uno stato ebraico e democratico", ma non si tratta di un'endiadi, bensì del manifesto di un torneo di pugilato, ovvero dell'ammissione che ebraismo e democrazia sono scarsamente compatibili, e rendere entrambi la fonte dei valori di un paese richiede notevoli contorsioni intellettuali e qualche compromesso di troppo - a danno dei non ebrei, ovviamente.

Da un libro di Samir Kassir - 1

Leggete questo brano di pagina 99 del libro “Beirut” di Samir Kassir (Einaudi 2009):

(quote)

L’attenzione egiziana non si concentrò solo sulla città propriamente detta, ma si rivolse anche al porto per il quale la costruzione, a partire dal 1834, di un lazzaretto si rivelò una vera manna. Il colpo di fortuna era indiscutibile: nel caso, un concorso di circostanze fece beneficiare Beirut della preoccupazione egiziana per l’igiene pubblica. La volontà di Ibrahim Pascià, appoggiato dai consoli stranieri, di allestire una rete di quarantene che coprisse tutta la Siria per porre freno alle epidemie suscitò l’ostilità dei religiosi. A Damasco, gli ulema fecero una petizione sostenendo, in particolare, che la privazione della libertà senza una motivazione di carattere penale sarebbe stata contraria ai precetti dell’islam, e per le stesse ragioni i notabili di Tripoli rifiutarono l’istituzione di una quarantena marittima. Fu così presa la decisione di installarla nei pressi di Beirut dove l’influenza degli ulema era minore, e si scelse un sito decentrato ma non troppo, in punta alla baia di San Giorgio, sul capo Khodr. La zona, in seguito integrata a Beirut, manterrà il nome di Karantina, ovvero La Quarantaine.

(unquote)

Samir Kassir è stato uno storico, giornalista e politico libanese di prim’ordine, purtroppo assassinato nel 2005. Un amico libanese ha detto che era un uomo eccezionale e che è un peccato che sia stato ucciso, anche se il mio amico è mussulmano sciita e Kassir era cristiano greco-ortodosso.

Al di là di questa dimostrazione di come si possa non lasciarsi appannare il giudizio dalle proprie appartenenze confessionali, penso che avrete capito che per me il periodo più importante del brano era:

“A Damasco, gli ulema fecero una petizione sostenendo, in particolare, che la privazione della libertà senza una motivazione di carattere penale sarebbe stata contraria ai precetti dell’islam, e per le stesse ragioni i notabili di Tripoli rifiutarono l’istituzione di una quarantena marittima.”

Credo che l’obiezione sia stata superata, e che ora nessuno si opponga all’isolamento di chi potrebbe avere una malattia contagiosa; però era un’obiezione assai nobile che mi permette due osservazioni.

La prima è che dà ragione a coloro che avvertono che i mussulmani che vogliono che la fonte del diritto del loro paese sia la Shari’a non lo fanno necessariamente per fanatismo religioso, ma perché si sono resi conto che nei loro paesi la modernizzazione non ha portato la democrazia, ma un apparato repressivo più efficiente ed una corruzione più sistematica – ed ha privato il loro sistema politico dei limiti che la tradizione islamica (espressa anche dall’obiezione citata) imponeva al potere del sovrano.

La seconda è che io non voglio che uno stato sia governato da un diritto a base religiosa, perché la parte di questo diritto che viene fatta risalire direttamente alla Rivelazione può dimostrarsi irriformabile; però, se vogliamo che un sistema giuridico laico sia un progresso, occorre che esso dimostri una sensibilità per i diritti delle persone almeno pari a quella dei suoi concorrenti a base religiosa - e non è detto che sia una concorrenza scadente.

lunedì 25 gennaio 2010

Nuovo viaggio in Egitto

Questo secondo viaggio in Egitto si è svolto soprattutto ad Al-5ordoqa, più nota all'estero come Hurghada, con due escursioni, una ad Al-Uksur (Luxor) ed una ad Al-Qahira (il Cairo).

Poiché questo mese l'Egitto è finito sotto i riflettori soprattutto a causa dell'attacco di Nagaa Hammadi, in cui una squadraccia di mussulmani volle vendicare a modo suo lo stupro di una ragazzina della loro fede compiuto da un cristiano sparando ai fedeli che uscivano dalla messa di mezzanotte del Natale copto il 6 Gennaio, ed uccidendo così sei cristiani ed un poliziotto mussulmano di guardia, i miei amici cairoti hanno voluto rassicurarmi che non è questo lo spirito dell'islam.

Alcune considerazioni interessanti sull'argomento le potete già leggere nei seguenti articoli di Weekly El-Ahram, l'edizione settimanale in inglese del quotidiano Al-Ahram:

[1] http://weekly.ahram.org.eg/2010/982/fr1.htm

[2] http://weekly.ahram.org.eg/2010/982/eg7.htm

[3] http://weekly.ahram.org.eg/2010/982/op2.htm

[4] http://weekly.ahram.org.eg/2010/982/op3.htm

Il contenuto di questi articoli si può così riassumere: il governo egiziano non vuole in alcun modo alimentare una caccia al copto, ed anzi vuole che tutti gli intellettuali del paese si impegnino per impedire che il paese si spacchi in blocchi religiosi. L'Assemblea del Popolo ha chiesto al governo di fondare un Alto Consiglio della Cittadinanza, per insegnare agli egiziani a ritenersi innanzitutto cittadini e poi fedeli di una particolare fede - contribuendo così a scongiurare questo pericolo.

Purtroppo, tra il volere ed il potere spesso c'è una gran differenza, costituita da alcune leggi discriminatorie, e dall'insensibilità di alcuni funzionari pubblici, come quella di cui è stato accusato il governatore della provincia di Qena (in cui si trova Nagaa Hammadi), che non avrebbe saputo capire quel che bolliva in pentola ed intervenire tempestivamente. La cosa più curiosa è che il governatore sotto accusa, Magdi Ayoub, è copto - e non può quindi essere accusato di parzialità nei confronti dei mussulmani.

Alcuni dei presunti autori della sparatoria sono stati già arrestati, e si spera che paghino in proporzione alle loro colpe - non siamo di fronte ad una riedizione del copione dei pogrom russi contro gli ebrei.

Purtroppo, nello stesso rapporto in cui si chiedeva l'istituzione dell'Alto Consiglio della Cittadinanza, si è cercato anche di ridurre la portata dell'incidente di Nagaa Hammadi sostenendo che si è trattato di un isolato atto di vendetta, e non di un episodio di una guerra civile tra opposte religioni.

Che non siamo alla guerra civile posso anche crederci; ma che l'iniziativa della l'abbiano presa delle persone che con la vittima hanno in comune soltanto la religione, e si siano rivolte contro persone che soltanto la religione hanno in comune con il colpevole, va oltre i limiti canonici della vendetta, ed indica che quest'azione si è contaminata di odio religioso - un'anomalia assai grave.

Né mi è piaciuto il modo risentito in cui l'Assemblea ha reagito alla sessione del Parlamento Europeo dedicata ai fatti di Nagaa Hammadi: il ministro degli esteri egiziano ha giustamente chiesto conto all'Italia di quel che è accaduto a Rosarno; il resto del mondo ha perciò pieno diritto di chiedere conto all'Egitto di quel che è accaduto a Nagaa Hammadi.

Da un punto di vista non più politico, ma religioso, è interessantissimo l'articolo [3], in cui si ricorda un episodio della vita di Maometto: il monastero di Santa Caterina nel Sinai chiese a Maometto la sua protezione inviandogli nel 628 una delegazione. Maometto rispose con questa promessa:

(quote)

Questo è un messaggio di Mohamed Ibn Abdullah, come patto verso coloro che adottano il cristianesimo, vicini e lontani, e noi siamo con loro.

Davvero io, i servi, gli aiutanti, ed i miei seguaci li difendiamo, perché i cristiani sono i miei cittadini; e, per Dio! mi oppongo a qualsiasi cosa dispiaccia loro.

Non ci sia imposizione nella religione. Né si rimuovano i loro giudici dal loro ufficio, né i loro monaci dai loro monasteri. Nessuno deve distruggere una casa della loro religione, danneggiarla, o portar via alcunché da lì per portarla nelle case dei mussulmani.

Se qualcuno facesse una di queste cose, violerebbe il patto di Dio e disobbedirebbe al suo profeta. In verità, essi sono i miei alleati ed hanno il mio sicuro statuto contro tutto ciò che odiano.

Nessuno deve forzarli a viaggiare od obbligarli a combattere. Sono i mussulmani a dover combattere per loro. Se si sposa una donna cristiana ad un mussulmano, questo non deve avvenire senza l'approvazione di lei. Non le deve essere impedito di visitare la sua chiesa per pregare. Le loro chiese devono essere rispettate. A loro non si deve impedire di ripararle, né di rispettare la sacralità dei loro patti.

Nessuno della nazione [mussulmana] dovrà disobbedire al patto fino all'ultimo giorno [cioè alla fine del mondo].

(unquote)

Questa promessa di Maometto fa parte della Sunna, ed i mussulmani che attaccano i cristiani in quanto tali sono perciò dei pessimi mussulmani.

A questo posso aggiungere quel che ho udito dall'imam di una moschea del rione di Shoubra al Cairo. Questo rione ha una notevole presenza cristiana, tanto che una delle sue chiese (Santa Teresa del Bambin Gesù) è l'unico luogo di culto cairota che ha dato il suo nome ad una stazione della metropolitana. Uno dei fedeli di questa chiesa, conosciuto grazie ad una comune amica, mi ha fatto visitare la vicina moschea di Hageen, di epoca mamelucca, e parlare con il suo imam.

Questi mi ha confermato che l'islam prescrive di trattare i cristiani da amici, e sono pessimi mussulmani quelli che se ne scordano. Il mio accompagnatore ha aggiunto, col consenso dell'imam, che l'islam considera ogni persona uguale davanti a Dio, indipendentemente da sesso, razza e fede. Quindi, non bisogna attribuire i misfatti di Nagaa Hammadi all'islam.

Se a livello ufficiale c'è quindi la più completa disapprovazione delle violenze contro i cristiani, a livello sociale le cose non sono così semplici. Se volete essere portati ad una chiesa cristiana, vi conviene scegliere un tassista copto, non uno mussulmano - e non è esperienza che ho fatto solo io; se volete chiedere ad un pedone informazioni in proposito, chiedetele ad una donna senza velo, perché potrebbe essere cristiana, ed interessata perciò a darvi l'informazione anziché tacerla o, peggio ancora, sviarvi con un'indicazione errata.

Una mia amica mussulmana non porta il velo (è obbligatorio solo durante la preghiera), e mi ha riferito che si era recata una volta a Nagaa Hammadi, dove era stata trattata piuttosto male perché scambiata per una cristiana. Come se l'essere cristiani fosse un buon motivo per essere bistrattati!

Non mancano coloro che odiano i cristiani in Egitto, purtroppo. Negli articoli del Weekly Al-Ahram si tentano alcune analisi di questo fenomeno, che sembra risalire, in ultima analisi, allo choc patito da tutto il mondo arabo dopo la sconfitta del 1967.

Anche il vincitore di quella guerra fu invaso da una sorta di fanatismo che persiste tuttora e complica ogni tentativo di risolvere il conflitto israelo-palestinese.

Per quanto riguarda l'escursione ad Al-Uksur, l'unica cosa che val la pena di riferir qui è che di fronte al tempio di Karnak, ed accanto agli uffici del governatorato, svetta l'insegna della Società Biblica d'Egitto, che appartiene ad una rete il cui compito è diffondere la Bibbia nel mondo.

Se nessuno, privato od istituzione, ha molestato quella società, vuol dire che un minimo di libertà religiosa in Egitto c'è. E non sarebbe una cattiva idea parlare dei mussulmani e dei loro paesi dopo averli conosciuti e visitati, e non sulla base di ipostasi librarie.

giovedì 24 dicembre 2009

Ebrei revocabili ed irrevocabili

[1] http://www.jpost.com/servlet/Satellite?apage=1&cid=1261364487790&pagename=JPost/JPArticle/ShowFull

Nell'articolo [1] si legge che rav Shimon Ya'acobi, consulente legale dell'Amministrazione dei Tribunali Rabbinici israeliani, ricevette dall'ex-Procuratore Generale Menachem Mazuz la richiesta di un parere legale sull'annullamento della conversione all'ebraismo di una donna danese che, volendo divorziare dal marito, non aveva trovato argomento migliore del fatto che lei non aveva mai osservato il Sabato in famiglia, né si era astenuta dai rapporti sessuali col marito nei giorni prescritti dalla legge religiosa ebraica.

Il tribunale rabbinico ritenne questo comportamento dimostrazione d'insincerità della donna che voleva convertirsi, e ne annullò la conversione ex tunc, col risultato che, poiché la legge ebraica non ammette matrimoni tra ebrei e non ebrei, anche il suo matrimonio risultava nullo; conseguenza più allarmante fu che i tre figli che aveva avuto la coppia perdevano la loro ebraicità (che nell'ebraismo ortodosso si eredita dalla madre o si acquisisce per conversione) perché secondo il tribunale la madre non era mai stata ebrea, e non poteva rendere ebrei loro.

Non sono un conoscitore della legge ebraica, e devo ragionare per ipotesi e deduzioni. Se non c'è un limite oltre il quale non è più possibile impugnare la conversione all'ebraismo di una persona, e l'annullamento della conversione è efficace anche verso i terzi in buona fede (come i figli e discendenti di una convertita), si può creare un'orribile situazione in cui coloro i quali hanno ricostruito la loro genealogia fino al punto di scoprire chi delle loro antenate entrò nel "Patto di Abramo", e trasmise l'ebraicità al suo lignaggio, divengono vittime della loro stessa diligenza, perché qualora si scoprissero episodi poco edificanti nella vita di quest'antenata, e la sua conversione fosse perciò annullata, tutti i suoi discendenti smetterebbero di essere ebrei.

Se il parere legale di rav Shimon Ya'acobi viene confermato come corrispondente alla legge ebraica, la conseguenza sarà il dividere gli ebrei in due categorie: quelli ad "ebraicità revocabile", già descritti, e coloro delle cui antenate si sa soltanto che erano tutte considerate ebree figlie di ebrea, perché della prima di loro, colei che si convertì, si è ormai perso il ricordo. Questi li possiamo considerare ad "ebraicità irrevocabile".

Nell'Unione Europea o negli Stati Uniti, dove è vietato discriminare nella vita civile le persone sulla base dell'appartenenza religiosa, la revocabilità o meno dell'ebraicità di una persona non farebbe gran danno.

Certo, una donna ebrea ortodossa ad "ebraicità irrevocabile" vedrà il suo "valore matrimoniale" crescere notevolmente rispetto alle sue compagne ad "ebraicità revocabile", perché garantisce che anche i suoi figli saranno ad "ebraicità irrevocabile" - ma questo è un problema che lo stato non può risolvere.

Invece in Israele esistono discriminazioni sulla base dell'appartenenza religiosa, e vi descrivo uno degli esempi che mi è venuto in mente del danno che il parere di rav Ya'acobi può provocare.

Supponiamo che un ebreo israeliano chieda un prestito ad una banca; la banca si troverà allora costretta a compiere un'indagine genealogica (il cui costo si aggiungerà alle spese di istruttoria), volta a scoprire se l'ebraicità del cliente è "revocabile" od "irrevocabile".

Se infatti il cliente fosse ad "ebraicità revocabile", ed essa venisse appunto revocata, egli potrebbe perdere con essa la cittadinanza israeliana (perché la maggior parte degli israeliani ha ottenuto la cittadinanza in conseguenza della loro ebraicità), verrebbe espulso dal paese, e sarebbe molto difficile per lui ripagare il debito.

Questa remota eventualità per la banca costituisce un rischio supplementare, che la indurrà o ad aumentare il tasso d'interesse, oppure ad esigere garanzie (come un'ipoteca od una fideiussione) che da un cliente ad "ebraicità irrevocabile" non esigerebbe.

Questo sarebbe l'inizio delle discriminazioni economiche a danno delle persone ad "ebraicità revocabile". Ed anche dell'astio che le persone ad "ebraicità irrevocabile" proveranno per loro.

Infatti, la notevole mobilità che hanno sempre avuto gli ebrei (in cerca di nuove opportunità od in fuga dalle persecuzioni) può imporre a chi compie un'indagine genealogica su uno di loro di esaminare documenti vecchi anche di dieci secoli sparsi negli archivi di cinque continenti.

Quanto debba essere accurata una simile indagine ce lo lascia capire un personaggio del libro "La mano di Fatima" dell'avvocato catalano Ildefonso Falcones: Don Juliàn di giorno è canonico della cattedrale di Cordova, di notte un morisco arabista che insegna ad Hernando, il protagonista del romanzo, al-lu5a al-3arabiyya al-fus7a - l'arabo classico.

Don Juliàn spiega ad Hernando (ed ai lettori) che questo gli era stato possibile perché quando lui era giovane le indagini sulla limpieza de sangre di un candidato al sacerdozio riempivano un fascicolo di sole 30 pagine; ma ora (fine del '500) le indagini riempiono faldoni di 150 pagine, ed un nuovo cristiano che volesse provarci ad entrare nel clero verrebbe smascherato da un'indagine tanto accurata.

Un'indagine simile impone spese notevoli che anche chi è ad "ebraicità irrevocabile" dovrà sostenere per distinguersi dalle persone ad "ebraicità revocabile"; ed i primi potrebbero concludere che la cosa giusta da fare sarebbe incaricare l'Agenzia Ebraica di procedere alla digitalizzazione completa di tutti gli archivi genealogici pertinenti, in modo da stabilire una volta per tutte, e scrivere magari sulla carta d'identità, la revocabilità o meno dell'ebraicità di tutti gli israeliani.

Altra seria discriminazione nascerebbe dal fatto che chi vuole assumere una persona a tempo indeterminato oppure cerca un socio per un'impresa commerciale, preferisce una persona che non rischia di essere espulsa dal paese, e quindi preferirà una persona ad "ebraicità irrevocabile".

E se una persona ad "ebraicità revocabile" chiedesse l'assegnazione di un immobile del KaKaL (Fondo Perpetuo per Israele), che è proprietario del 13,5% degli immobili israeliani, e per statuto può concederne l'uso solo agli ebrei, i funzionari responsabili del concorso cercheranno tutti i pretesti per metterla in fondo alla graduatoria, in modo da non correre il rischio di doverla sfrattare qualora l'ebraicità di costei venga revocata.

Anche se costei non perdesse la cittadinanza israeliana (per esempio, perché suo padre è persona ad "ebraicità irrevocabile"), non potrebbe più comunque continuare a vivere in un immobile del KaKaL, e l'esperienza insegna che chi è costretto a vendere entro termine perentorio i suoi diritti su un immobile (come capitò durante le persecuzioni antiebraiche dell'Italia fascista e della Germania nazista, e prima ancora ai marranos ed ai moriscos in via di espulsione dalla Spagna) fa magrissimi affari.

Sarebbe una delle più crudeli ironie della storia scoprire che il paese che è nato per impedire che gli ebrei si trovassero nella scomoda e pericolosa condizione di cittadini di seconda classe si troverà ad istituire una discriminazione simile a quella che vigeva in Spagna tra i "vecchi" ed i "nuovi" cristiani.

Inoltre, questo parere legale è pericoloso anche per chi vive nella Diaspora. Qualche tempo fa il custode dei libri della Società Letteraria di Verona diede fuoco al deposito della biblioteca perché non si scoprisse che lui aveva sottratto molti volumi - per fortuna il deposito era nella zona industriale, e non nella sede della società, dirimpetto all'Arena.

Orbene, se la distinzione tra persone ad "ebraicità revocabile" ed "irrevocabile" si basa sui dati degli archivi delle comunità ebraiche, potrebbe nascere la figura del "manipolatore di archivi" che dovrà sostituire i documenti che potrebbero decretare la "revocabilità" dell'ebraicità di qualche stimato membro della comunità con delle panzane - prima che venga compiuta un'indagine genealogica.

Ma se la manipolazione da compiere fosse troppo estesa, e fossero molti i membri (insieme con i loro figli, nipoti e pronipoti, magari già in Israele e quindi "ostaggi" del Gran Rabbinato) con tutto l'interesse a che non si scopra mai che la loro ebraicità è in realtà "revocabile", che rischi correrebbero l'archivio e l'edificio che lo ospita - e le persone che ci lavorano o vivono?

Si dice che chi ignora il passato è condannato a ripeterlo. Chissà che cosa conosce del passato rav Shimon Ya'acov.

domenica 6 dicembre 2009

Alfredo Niceforo e Sergei Nilus

Sergei Nilus è stato un grande della spiritualità russa ortodossa a cavallo tra il 19° ed il 20° secolo, ma i suoi stessi ammiratori devono ohiloro ammettere che fu anche uno dei promotori di quel mostruoso falso antisemita chiamato "I Protocolli dei Savi Anziani di Sion".

Questi Protocolli continuano ad avere una grande popolarità nel mondo arabo, c'è qualche sostenitore della causa palestinese che li adopera, ed altri sostenitori che minimizzano questo fatto, sostenendo che questa è un'inezia a confronto delle autentiche sofferenze dei palestinesi.

Ora, per quanto io empatizzi con le sofferenze dei palestinesi, non posso passar sopra ai Protocolli, e mi auguro che almeno i sardi che leggono questo post si rendano conto del perché mettendo a confronto il modo in cui i Protocolli diffamano gli ebrei con il modo in cui Alfredo Niceforo diffamava i sardi.

Il sito web "Quindici OnLine", un giornale online di Molfetta, ha fatto a fettine Niceforo in questa serie di articoli intitolata "Alfredo Niceforo. La teoria delle due civiltà ed il federalismo razziale" che vi invito a leggere:

[1] http://www.quindici-molfetta.it/News.aspx?Id_News=16895

[2] http://www.quindici-molfetta.it/News.aspx?Id_News=16896

[3] http://www.quindici-molfetta.it/News.aspx?Id_News=16898

Ci sono molte differenze tra il razzismo di Niceforo ed il cospirazionismo dei Protocolli, ma penso che qualsiasi sardo od italiano del sud giustamente indignato col Niceforo, e pertanto ben deciso a non prendere nemmeno il caffé con chi mostra di condividerne le teorie, possa ben capire l'indignazione degli ebrei con chi mostra di credere alla veridicità dei Protocolli.

L'antisemitismo ha le sue peculiarità, ma non è così diverso dalle altre forme di razzismo da essere incomprensibile da chi non è ebreo - ed anche chi non è ebreo può trovarsi vittima di situazioni simil-antisemite.

E, guarda caso, il Niceforo e gli autori dei Protocolli concordano in una cosa: le popolazioni a cui dedicano le loro invettive vengono considerate indegne dei diritti e delle libertà del cittadino, e pericolose per il resto del paese o del mondo.

martedì 17 novembre 2009

Offrire denaro od altra utilità a chi si converte

Il testo di Sami A. Aldeeb Abu-Shlieh "Il diritto islamico", Carocci, Roma, 2008, avverte a pagina 318 che questa norma coranica è stata abrogata già da Abu Bakr, il primo califfo che successe a Maometto.

La mia esortazione perciò è assolutamente superflua.

***

[1] http://www.nytimes.com/2009/11/17/world/europe/17rome.html?_r=1&ref=middleeast

Il Corano (9:60) permette di offrire i proventi della zakat (l’elemosina che è uno dei pilastri della fede) anche a coloro che simpatizzano per l’islam, in modo da convincerli a fare il grande passo convertendosi.

Ora, credo che condizione della libertà religiosa sia che convertirsi non deve né peggiorare né migliorare la propria vita materiale – altrimenti la scelta non è completamente libera.

Pertanto i mussulmani dovrebbero, a mio avviso, astenersi dal fare quest’uso del proprio denaro; e sarebbe assai opportuna una norma simile a quella israeliana, che vieta di offrire benefici materiali in cambio della conversione religiosa.

Secondo l’articolo citato, Gheddafi ha non solo pagato delle donne per ascoltare la sua lezione sull’islam (cosa tuttalpiù discutibile), ma ha anche offerto loro di pagare lo Hajj (il pellegrinaggio alla Mecca) qualora si fossero convertite all’islam.

E qui ha violato un elementare principio etico, se non la legge italiana. Mi spiace che il Corano non sia d’accordo, ma il Corano ovviamente parteggia per l’islam e non per la libertà religiosa.

Non credo che valga a difesa di Gheddafi il sostenere che il recarsi alla Mecca è solo un dovere religioso islamico, e che il suo valore extrareligioso è scarso: la città e l’Haram della Mecca, a giudicare dalle riproduzioni che ho visto, sono bellissimi, ed al valore religioso del pellegrinaggio si aggiunge sicuramente quello turistico.

lunedì 9 novembre 2009

Il velo nel momento sbagliato

Devo ritrattare gran parte del post. Avevo premesso: "Se non ci sono disposizioni più stringenti di cui non sono a conoscenza ...", e le disposizioni mi sono state indicate - si tratta dei versetti 23:59 e 24:31, che vengono normalmente interpretati come l'imposizione del velo alle donne, tranne che di fronte ai soli parenti più stretti.

Non ho ora il tempo di riscrivere l'intero post, e posso solo avvertire il lettore che non deve lasciarsene fuorviare (mi scuso perciò con chi lo ha già letto), e gli consiglio semmai di leggere questa pagina web, per avere un'opinione più valida:

http://it.wikipedia.org/wiki/Hijab

Scusate tanto.

*

Sto leggendo (per motivi esclusivamente culturali) il Corano in quest’edizione stampata in Arabia Saudita, paese noto per molte cose, ma non certo per il lassismo religioso:

http://store.dar-us-salam.com/product/Q48a.html

ed ho trovato un'interessante nota in lingua inglese alla Sura 7, Versetto 31.

Il versetto dice:

  • in arabo: "Ya bani Adam! Khudhu zaynatakum 'inda kulli masjidin ..."
  • nella traduzione inglese del libro (non mi pare una traduzione letterale, ma non penso di riuscire a far meglio): "O Children of Adam! Take your adornment while praying ..."
  • traducendo dall'inglese in italiano: "O figli di Adamo! Prendete i vostri ornamenti mentre pregate..."

e questa è la nota in inglese:

(quote)

It is obligatory to wear the clothes while praying. And the Statement of Allah: “Take your adornment [(by wearing your clean clothes) covering completely the ’Aurah (covering of one’s ’Aurah means: while praying, a male must cover himself with clothes from umbilicus of his abdomen up to his knees, and it is better that his both shoulders should be covered. And a female must cover all her body and feet except face, and it is better that both her hands are also covered)] while praying [and going round (the Tawaaf of) the Ka’abah].”

In how many (what sort of) clothes a woman should pray? ‘Ikrimah said, “If she can cover all her body with one garment, it is sufficient.”*

* It is agreed by the majority of the religious scholars that a woman while praying should cover herself completely except her face, and it is better that she should cover her hands with gloves or cloth, but her feet must be covered either with a long dress or she must wear socks to cover her feet. This verdict is based on the Prophet’s statement. (Abu Daawuud)

Narrated ‘Aaishah: Allah’s Messenger (pbuh) used to offer the Fajr prayer and some believing women covered with their veiling sheets used to attend the Fajr prayer with him, and then they would return to their homes unrecognized. [Sahih Al-Bukhaari 1/372 (O.P.368)]

(unquote)

Traduco:

(quote)

E' obbligatorio pregare vestiti. Ed il detto di Allah: "Prendete i vostri ornamenti [(indossando vestiti puliti) coprendovi interamente l''Aurah (coprirsi interamente l''Aurah significa: durante la preghiera un maschio deve avere un vestito che copre il corpo dall'ombelico dell'addome fino alle ginocchia - e sarebbe meglio che fossero coperte anche ambo le spalle. Ed una femmina deve coprire tutto il suo corpo ed i piedi, tranne il viso, e sarebbe meglio che fossero coperte anche ambo le mani)] durante la preghiera [e circumambulando (il Tawaaf) la Ka'abah]."

Ed in quanti vestiti (con che tipi di vestito) la donna dovrebbe pregare? 'Ikrimah disse: "Se lei riesce a coprire tutto il corpo con un vestito solo, basta questo."*

* Concorda la maggioranza degli esperti di religione che una donna che prega deve coprire se stessa completamente, salvo il viso, ed è meglio che si copra le mani con i guanti o con uno straccio, ma i suoi piedi devono essere coperti o con una lunga veste, o deve indossare dei calzini per coprirsi i piedi. Questo verdetto si basa sull'affermazione del Profeta. (Abu Dawuud)

Narrò 'Aaisha: il Messaggero di Allah (su di Lui sia pace) abitualmente recitava la preghiera del Fajr, ed alcune donne credenti coperte da veli erano abitualmente presenti al Fajr con lui, e poi tornavano a casa senza farsi riconoscere. [Sahih Al-Bukhaari 1/372 (O.P.368)]

(unquote)

Se non ci sono altre disposizioni più stringenti di cui non sono a conoscenza, questo significa che:

  1. Il precetto religioso non impone alle donne mussulmane di coprirsi il viso; ergo la disposizione della Legge Reale che vieta di coprirselo (salvo giustificato motivo) non impone alle pie mussulmane di violare i loro precetti religiosi, e non può essere impugnata per lesione della libertà religiosa (ed infatti nessuno ci ha mai provato);
  2. Il velo è obbligatorio soltanto durante la preghiera; ergo, una legge (come quella tunisina e quella turca; più limitato è il divieto della legge francese e di quella egiziana) che vieti il velo al di fuori di questa circostanza non può essere impugnata per lesione della libertà religiosa (anche qui si sono fatte molte polemiche, ma nessun'azione legale); può essere impugnata per mancanza di ragionevolezza, se non si dimostra come portare il velo nuoccia all'ordine pubblico;
  3. si può inoltre proporre questo caso di scuola: il responsabile di un "Islamic Superstore" in Italia, che ha più di 15 dipendenti, licenzia una commessa che indossa il velo solo quando prega, e si presenta tranquillamente al lavoro vestita all'europea. La commessa impugna il licenziamento; il responsabile sostiene che l'"Islamic Superstore" è un'"organizzazione di tendenza", e può perciò pretendere che tutti i suoi dipendenti condividano la sua ideologia (in questo caso, essendo dei buoni mussulmani); la commessa lo ammette, ma aggiunge che, poiché non c'è obbligo di portare il velo quando non si prega, il suo rifiuto non consente di ritenerla una cattiva mussulmana, ed il licenziamento è pertanto ingiustificato.
Ora che mi viene in mente, il 14 Settembre 2009 ho visitato la Moschea di Alabastro al Cairo, sulla Cittadella; mi accompagnava una bella ragazza che però aveva le spalle scoperte; all’ingresso una signora le porse un velo che la coprì dal collo ai piedi; la ragazza chiese se doveva coprirsi anche il capo e, con stupore anche di lei, le fu risposto di no – con gran gioia di tutti i presenti, perché i suoi capelli erano straordinari.

Essendoci noi recati lì in visita turistica, e non per pregare, non era necessario per la mia accompagnatrice coprirsi l’intero corpo. Le donne che portano il velo sempre e comunque, o obbediscono ad un uso che non ha nulla a che fare con l’islam (comune infatti in passato anche alla cristiana Europa mediterranea), oppure vogliono fare della loro vita una continua preghiera – e mi piacerebbe chiedere ai mussulmani se questo è opportuno dal loro punto di vista.

Il mio personale punto di vista è questo: non ritengo ragionevole proibire il velo, purché consenta di identificare la persona. Quest'articolo serve solo a stabilire dove porre il "bilanciamento" tra i diritti e gli interessi in gioco.