martedì 17 novembre 2009

Offrire denaro od altra utilità a chi si converte

Il testo di Sami A. Aldeeb Abu-Shlieh "Il diritto islamico", Carocci, Roma, 2008, avverte a pagina 318 che questa norma coranica è stata abrogata già da Abu Bakr, il primo califfo che successe a Maometto.

La mia esortazione perciò è assolutamente superflua.

***

[1] http://www.nytimes.com/2009/11/17/world/europe/17rome.html?_r=1&ref=middleeast

Il Corano (9:60) permette di offrire i proventi della zakat (l’elemosina che è uno dei pilastri della fede) anche a coloro che simpatizzano per l’islam, in modo da convincerli a fare il grande passo convertendosi.

Ora, credo che condizione della libertà religiosa sia che convertirsi non deve né peggiorare né migliorare la propria vita materiale – altrimenti la scelta non è completamente libera.

Pertanto i mussulmani dovrebbero, a mio avviso, astenersi dal fare quest’uso del proprio denaro; e sarebbe assai opportuna una norma simile a quella israeliana, che vieta di offrire benefici materiali in cambio della conversione religiosa.

Secondo l’articolo citato, Gheddafi ha non solo pagato delle donne per ascoltare la sua lezione sull’islam (cosa tuttalpiù discutibile), ma ha anche offerto loro di pagare lo Hajj (il pellegrinaggio alla Mecca) qualora si fossero convertite all’islam.

E qui ha violato un elementare principio etico, se non la legge italiana. Mi spiace che il Corano non sia d’accordo, ma il Corano ovviamente parteggia per l’islam e non per la libertà religiosa.

Non credo che valga a difesa di Gheddafi il sostenere che il recarsi alla Mecca è solo un dovere religioso islamico, e che il suo valore extrareligioso è scarso: la città e l’Haram della Mecca, a giudicare dalle riproduzioni che ho visto, sono bellissimi, ed al valore religioso del pellegrinaggio si aggiunge sicuramente quello turistico.

lunedì 9 novembre 2009

Il velo nel momento sbagliato

Devo ritrattare gran parte del post. Avevo premesso: "Se non ci sono disposizioni più stringenti di cui non sono a conoscenza ...", e le disposizioni mi sono state indicate - si tratta dei versetti 23:59 e 24:31, che vengono normalmente interpretati come l'imposizione del velo alle donne, tranne che di fronte ai soli parenti più stretti.

Non ho ora il tempo di riscrivere l'intero post, e posso solo avvertire il lettore che non deve lasciarsene fuorviare (mi scuso perciò con chi lo ha già letto), e gli consiglio semmai di leggere questa pagina web, per avere un'opinione più valida:

http://it.wikipedia.org/wiki/Hijab

Scusate tanto.

*

Sto leggendo (per motivi esclusivamente culturali) il Corano in quest’edizione stampata in Arabia Saudita, paese noto per molte cose, ma non certo per il lassismo religioso:

http://store.dar-us-salam.com/product/Q48a.html

ed ho trovato un'interessante nota in lingua inglese alla Sura 7, Versetto 31.

Il versetto dice:

  • in arabo: "Ya bani Adam! Khudhu zaynatakum 'inda kulli masjidin ..."
  • nella traduzione inglese del libro (non mi pare una traduzione letterale, ma non penso di riuscire a far meglio): "O Children of Adam! Take your adornment while praying ..."
  • traducendo dall'inglese in italiano: "O figli di Adamo! Prendete i vostri ornamenti mentre pregate..."

e questa è la nota in inglese:

(quote)

It is obligatory to wear the clothes while praying. And the Statement of Allah: “Take your adornment [(by wearing your clean clothes) covering completely the ’Aurah (covering of one’s ’Aurah means: while praying, a male must cover himself with clothes from umbilicus of his abdomen up to his knees, and it is better that his both shoulders should be covered. And a female must cover all her body and feet except face, and it is better that both her hands are also covered)] while praying [and going round (the Tawaaf of) the Ka’abah].”

In how many (what sort of) clothes a woman should pray? ‘Ikrimah said, “If she can cover all her body with one garment, it is sufficient.”*

* It is agreed by the majority of the religious scholars that a woman while praying should cover herself completely except her face, and it is better that she should cover her hands with gloves or cloth, but her feet must be covered either with a long dress or she must wear socks to cover her feet. This verdict is based on the Prophet’s statement. (Abu Daawuud)

Narrated ‘Aaishah: Allah’s Messenger (pbuh) used to offer the Fajr prayer and some believing women covered with their veiling sheets used to attend the Fajr prayer with him, and then they would return to their homes unrecognized. [Sahih Al-Bukhaari 1/372 (O.P.368)]

(unquote)

Traduco:

(quote)

E' obbligatorio pregare vestiti. Ed il detto di Allah: "Prendete i vostri ornamenti [(indossando vestiti puliti) coprendovi interamente l''Aurah (coprirsi interamente l''Aurah significa: durante la preghiera un maschio deve avere un vestito che copre il corpo dall'ombelico dell'addome fino alle ginocchia - e sarebbe meglio che fossero coperte anche ambo le spalle. Ed una femmina deve coprire tutto il suo corpo ed i piedi, tranne il viso, e sarebbe meglio che fossero coperte anche ambo le mani)] durante la preghiera [e circumambulando (il Tawaaf) la Ka'abah]."

Ed in quanti vestiti (con che tipi di vestito) la donna dovrebbe pregare? 'Ikrimah disse: "Se lei riesce a coprire tutto il corpo con un vestito solo, basta questo."*

* Concorda la maggioranza degli esperti di religione che una donna che prega deve coprire se stessa completamente, salvo il viso, ed è meglio che si copra le mani con i guanti o con uno straccio, ma i suoi piedi devono essere coperti o con una lunga veste, o deve indossare dei calzini per coprirsi i piedi. Questo verdetto si basa sull'affermazione del Profeta. (Abu Dawuud)

Narrò 'Aaisha: il Messaggero di Allah (su di Lui sia pace) abitualmente recitava la preghiera del Fajr, ed alcune donne credenti coperte da veli erano abitualmente presenti al Fajr con lui, e poi tornavano a casa senza farsi riconoscere. [Sahih Al-Bukhaari 1/372 (O.P.368)]

(unquote)

Se non ci sono altre disposizioni più stringenti di cui non sono a conoscenza, questo significa che:

  1. Il precetto religioso non impone alle donne mussulmane di coprirsi il viso; ergo la disposizione della Legge Reale che vieta di coprirselo (salvo giustificato motivo) non impone alle pie mussulmane di violare i loro precetti religiosi, e non può essere impugnata per lesione della libertà religiosa (ed infatti nessuno ci ha mai provato);
  2. Il velo è obbligatorio soltanto durante la preghiera; ergo, una legge (come quella tunisina e quella turca; più limitato è il divieto della legge francese e di quella egiziana) che vieti il velo al di fuori di questa circostanza non può essere impugnata per lesione della libertà religiosa (anche qui si sono fatte molte polemiche, ma nessun'azione legale); può essere impugnata per mancanza di ragionevolezza, se non si dimostra come portare il velo nuoccia all'ordine pubblico;
  3. si può inoltre proporre questo caso di scuola: il responsabile di un "Islamic Superstore" in Italia, che ha più di 15 dipendenti, licenzia una commessa che indossa il velo solo quando prega, e si presenta tranquillamente al lavoro vestita all'europea. La commessa impugna il licenziamento; il responsabile sostiene che l'"Islamic Superstore" è un'"organizzazione di tendenza", e può perciò pretendere che tutti i suoi dipendenti condividano la sua ideologia (in questo caso, essendo dei buoni mussulmani); la commessa lo ammette, ma aggiunge che, poiché non c'è obbligo di portare il velo quando non si prega, il suo rifiuto non consente di ritenerla una cattiva mussulmana, ed il licenziamento è pertanto ingiustificato.
Ora che mi viene in mente, il 14 Settembre 2009 ho visitato la Moschea di Alabastro al Cairo, sulla Cittadella; mi accompagnava una bella ragazza che però aveva le spalle scoperte; all’ingresso una signora le porse un velo che la coprì dal collo ai piedi; la ragazza chiese se doveva coprirsi anche il capo e, con stupore anche di lei, le fu risposto di no – con gran gioia di tutti i presenti, perché i suoi capelli erano straordinari.

Essendoci noi recati lì in visita turistica, e non per pregare, non era necessario per la mia accompagnatrice coprirsi l’intero corpo. Le donne che portano il velo sempre e comunque, o obbediscono ad un uso che non ha nulla a che fare con l’islam (comune infatti in passato anche alla cristiana Europa mediterranea), oppure vogliono fare della loro vita una continua preghiera – e mi piacerebbe chiedere ai mussulmani se questo è opportuno dal loro punto di vista.

Il mio personale punto di vista è questo: non ritengo ragionevole proibire il velo, purché consenta di identificare la persona. Quest'articolo serve solo a stabilire dove porre il "bilanciamento" tra i diritti e gli interessi in gioco.

mercoledì 4 novembre 2009

Il crocefisso nel posto sbagliato

Ho plaudito alla decisione della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo sui crocefissi nelle scuole italiane, per questi motivi:

  1. Uno stato moderno dev'essere religiosamente neutrale;
  2. Un crocefisso in un edificio pubblico comunica in modo estremamente chiaro che lo stato che gestisce quell'edificio non è imparziale, e che chi non è cristiano in quell'edificio è fuori posto;
  3. Un crocefisso può ledere la libertà religiosa dei non-cristiani, ed il modo me lo ha spiegato una volta il rabbino (ortodosso) di Verona, Italia: un ebreo non può pregare in un luogo in cui vi siano delle immagini, ed il crocefisso è un'immagine; pertanto una famiglia ebrea, per pregare sulla salma del proprio congiunto defunto in un ospedale pubblico italiano, deve togliere il crocefisso dal muro (sperando di non farsi male - il volontario non può mica chiedere una scala e deve salire su una sedia od un mobile), tenerlo chiuso dentro qualcosa finché prega - e sperare che nessuno faccia la spia! Invece i cristiani possono pregare ovunque, e la mancanza del crocefisso in un edificio profano non reca loro danno;
  4. Sono stato nel maggio scorso a Petra, Giordania, ed ho notato che in quel paese abbondano i ritratti dell'attuale re Abdallah, e non mancano quelli del defunto re Hussein; con tutta la mia simpatia per entrambi, non ho potuto fare a meno di notare che più viene ostenso il ritratto di un re, più debole è il suo ascendente sui sudditi, e più insicuro il suo regno;
  5. Per i cristiani Gesù è il Re dei Re, ed anche per lui vale questo principio: chi insiste per appendere il suo "ritratto" in tutti gli edifici pubblici ammette che lui che è da tempo scomparso dal cuore dei suoi fedeli.

Sono obbligato a riservare una sferzata al nuovo segretario del PD Bersani, che ha osato definire il crocefisso a scuola una tradizione innocua. Quanto sia davvero innocua l'ho scoperto leggendo su Facebook lo stato di una mia (ormai ex) amica, insegnante di scuola media, la quale si è chiesta quanti immigrati di religione non cristiana chiederanno un indennizzo allo stato, e chi pagherà il conto.

La taccagneria di chi subordina il riconoscimento di un elementare diritto umano (la libertà di religione, che include la non-discriminazione) a questioni finanziarie mi ha fatto ribollire il sangue (penso che Konrad Adenauer, che pagò 845 milioni di dollari ad Israele in riparazioni per la Shoah, si sia rivoltato nella tomba), ma la cosa veramente importante da contestare era che quella donna ragionava come se l'essere non cristiani fosse una cosa possibile soltanto in chi non era italiano.

Queste sono le idee che suggerisce la "tradizione innocua". Bersani si sta dimostrando succube come lo furono Veltroni e Franceschini dei bigotti che pensano più al potere che alla fede.

Ah, ulteriore (non voluta) conseguenza della sentenza è che nel futuro prevedibile Israele si guarderà bene dall'aderire al Consiglio d'Europa: quel che vale per i crocefissi, vale anche per le mezuzot, presenti in ogni edificio pubblico israeliano e nella maggioranza di quelli privati in ottemperanza ad un ben preciso precetto religioso.

Credo che soltanto il Meretz, dei partiti sionisti israeliani, sarebbe disposto a rimuoverle per amore della laicità dello stato e della non-discriminazione.

martedì 3 novembre 2009

Il tu che libera, il tu che assoggetta

Mi permetto di criticare quest'articolo, che qui riporto per vostra comodità:

(quote)

La parola ebraica attàh, “Tu”, scandisce la preghiera e ritma le benedizioni, facendo seguito immediatamente a Barùkh (“Benedetto sei Tu…”). Anche una parola apparentemente semplice come attàh non è priva di significati teologici e richiede una particolare attenzione. Le prime due lettere di attàh sono alef e tav. Queste due lettere sono anche la prima e l’ultima dell’alfabeto ebraico; segnano dunque l’inizio e la fine e perciò - come insegnano i maestri della tradizione qabbalistica - rappresentano l’intera Creazione. Tutto ciò che è stato, è e sarà, accade attraverso le lettere alef e tav, ne porta il sigillo. Ma messe l’una accanto all’altra le due lettere danno et, la particella usata in ebraico per il complemento oggetto. In breve: alef e tav da sole si riferiscono al mondo trattandolo come un oggetto. Tutto resterebbe inanimato se in attàh non ci fosse la terza lettera, la he, quasi solo un soffio, che rinvia al Nome di D-o. La he finale è l’anima della parola attàh, è il soffio che, mentre diciamo attàh, “Tu”, ci porta all’esterno, ci fa uscire dal nostro sé, ci congiunge con l’Altro e segna così anche il passaggio dal rapporto con l’oggetto inanimato a quello con un altro soggetto o, meglio, con il Tu.

Questo vuol dire che attàh è una parola sacra. Nel Tu, che rivolgiamo quotidianamente agli altri, risuona il “Tu eterno” che rivolgiamo a D-o nella preghiera. Nel Tu di ogni frase quotidiana c’è un frammento nascosto di preghiera. Dire Tu non è pronunciare una parola qualsiasi; ma significa far riecheggiare il soffio del vocativo assoluto con cui possiamo dire “io” riconoscendo l’altro come “tu”. È la riflessione sulla parola ebraica attàh, di uso comune nell’ebraico moderno, ad aver spinto Martin Buber nel suo famoso saggio Io e tu, a fare di questa parola ebraica un’esperienza universale.

Donatella Di Cesare, filosofa

(unquote)

Donatella Di Cesare svolge una bellissima analisi, ma dimentica una cosa: in ebraico anche i pronomi di seconda persona hanno due forme - una maschile ed una femminile.

Il pronome di cui lei parla, che si pronuncia "attah" e si scrive con le lettere ebraiche .alef.tav.he, è la forma maschile del pronome "tu"; la forma femminile si pronuncia "at" e si scrive con le sole lettere .alef.tav - esattamente come la parola "et", il segnacaso dell'accusativo.

Nell'analisi di Di Cesare, è la divina .he che impedisce che l'.alef, la .tav e tutto ciò che è tra esse sottinteso riducano l'interlocutore ad oggetto dell'azione del parlante; ma questa prerogativa è della sola forma maschile.

La forma femminile non ha questa "grazia salvifica" (per mutuare il linguaggio della teologia cristiana), ed a prendere sul serio l'analisi di Di Cesare, la grammatica ebraica avrebbe assegnato alla donna il rio destino di essere l'oggetto dell'azione di chi le rivolge la parola.

Ci sarebbero dunque un "tu" (maschile) che libera ed un "tu" (femminile) che assoggetta.

La conclusione mi pare assolutamente inaccettabile, e mostra una delle conseguenze della fallacia di ritenere il linguaggio isomorfo alla realtà - o, per meglio dire, il ritenere che la struttura del linguaggio riveli come il Creatore ha progettato il mondo che ha creato.

In realtà, nel migliore dei casi il linguaggio rivela la struttura del senso comune di qualche tempo fa, in espressioni come "il sole sorge", ma non è tenuto ad adeguarsi al progresso della scienza.

Inoltre, prenderlo come fonte della morale (con analisi come questa) ci fa cadere nella fallacia naturalistica già stigmatizzata in altri post.

giovedì 8 ottobre 2009

Colombo Valentina, da arabista ad intollerante

Ho letto il libro di Valentina Colombo "Islam. Istruzioni per l'uso" (Oscar Mondadori 2009), e mi ha infastidito parecchio.

Lei riporta molti fatti allarmanti da prendere sul serio, ma sembra che per lei l'unica difesa contro l'estremismo religioso islamico sia sospendere il principio di eguaglianza garantito dalla nostra Costituzione, ovvero vietare ai mussulmani quello che è lecito agli altri.

Primo esempio è il jihad: normalmente si argomenta che la parola significa semplicemente sforzo (sulla via di Dio), e che il jihad nel senso di conquista militare di nuovi territori all'Islam va compiuto solo dopo aver completamente islamizzato (nell'ordine) il proprio comportamento, il proprio paese, i paesi già islamici.

Valentina Colombo argomenta che quest'interpretazione va bene tuttalpiù per i sufi, non certo per gli estremisti mussulmani (che lei ritiene maggioritari nelle organizzazioni islamiche europee); non posso contraddire chi ha tradotto diversi romanzi di Nagib Mahfuz, però devo per forza notare che, come esempio di suprema aggressività, lei non riesce a trovare di meglio che questa citazione di Hamza Roberto Piccardo (pagina 192 del libro di Valentina Colombo):

Quando la Comunità dei musulmani è aggredita, minacciata, oppressa o perseguitata, i credenti hanno il dovere di combattere esercitando il loro diritto-dovere alla legittima difesa.

A parte il fatto che non si capisce come si possa chiedere ad una comunità umana di lasciarsi schiacciare senza opporre resistenza (perfino l'assolutista Hobbes riconosceva all'individuo il diritto di resistere all'autorità dello stato che lo avesse voluto sopprimere), questa citazione di Piccardo mi ha ricordato il lato oscuro di un pensatore liberale, tale John Rawls, benedetta sia la sua memoria.

Nelle pagine 131-140 dell'edizione italiana della sua opera I diritti dei popoli (Edizioni di Comunità) egli discute dell'Eccezione dell'Emergenza Suprema, ovvero quando il pericolo per la libertà di un popolo sia tanto grave da consentire di colpire anche i civili della nazione nemica, e con armi di distruzione di massa altrimenti vietate.

Non posso riportare l'intera argomentazione, ma cito soltanto questo paragrafo:

Sono le circostanze a determinare quando vale l'eccezione dell'emergenza suprema, e il giudizio al riguardo sarà a volte differente. Il bombardamento della Germania da parte dell'aviazione britannica per tutto il 1941 o il 1942 poteva essere giustificato perché non si poteva permettere alla Germania di vincere la guerra, e questo per due ragioni fondamentali. Primo, il nazismo faceva presagire un male politico e morale di portata incalcolabile per la vita civile in qualsiasi parte del mondo. Secondo, la natura e la storia della democrazia costituzionale e il suo ruolo nella storia europea erano in pericolo.

Credo che sia praticamente impossibile trovare un jihadista capace di argomentazioni più feroci di quelle di Rawls - e sebbene io apprezzi il pensiero di questi, devo per forza respingere queste argomentazioni, che vengano da lui oppure da uno jihadista.

Sono molto contento che un altro gran liberale come Michael Walzer affermi che l'Emergenza Suprema non si verifica praticamente mai, e che gli stessi eventi che Rawls aveva classificato come emergenze supreme non lo erano - svuotando così di significato questa dottrina; ciononostante, devo ammettere che l'essere liberali non impedisce di dire bestialità, ed insospettirmi di chi contrappone l'estremismo islamico ai timidi tentativi di far nascere un liberalismo islamico - ma senza rendersi conto che non è solo l'islam ad avere scheletri di tirannosauro nel suo armadio, e che anche i pensatori liberali hanno delle gran bonifiche da fare in casa loro.

Mi si dirà: "Rawls parla di difesa, i jihadisti di offesa". A parte il fatto che ci sono dei jihadisti che presentano la loro lotta come guerra difensiva, l'arte della guerra si basa sull'inganno, ed anche Hitler, per giustificare l'invasione della Polonia nel 1939, incaricò dei soldati tedeschi con uniformi polacche di inscenare un incidente di frontiera che desse il pretesto per la "risposta".

Non c'è alcuna garanzia che una dottrina bellica elaborata per la difesa non venga poi convertita in dottrina offensiva - ed anche i piani del Patto di Varsavia partivano sempre dal presupposto che l'attacco fosse provenuto dalla NATO, sebbene i loro scopi non fossero la difesa dei loro paesi, ma l'occupazione del mondo libero.

Per questo bisogna disapprovare sia Rawls che i jihadisti che predicano una guerra senza esclusione di colpi (il Corano pone dei limiti alla condotta bellica, ma non sono stati sempre rispettati): potrebbero cercare di convincere il pubblico che combatte e paga le tasse che l'unico modo per salvarsi da un mortale pericolo sia il rinunziare ad ogni scrupolo umano, e soltanto se si dice loro di no, che anche il nemico ha la sua dignità umana, la guerra che si combatte ha un senso.

Altro esempio è quando lei riferisce che l'Arabia Saudita, che ogni anno ospita circa due milioni di pellegrini per lo Hajj (il pellegrinaggio alla Mecca), ha installato ai valichi di frontiera dei sensori che leggono l'iride di chi entra, per garantirsi che in mezzo ai pellegrini non ci siano terroristi.

Nessuno avrebbe il coraggio di discutere la scelta dell'Arabia Saudita, ma Valentina Colombo ha voluto strafare dicendo che la decisione dell'Arabia Saudita dimostra che fare una cosa del genere in Italia non sarebbe segno né di islamofobia né di razzismo.

Il problema, se Valentina Colombo non lo ha capito, è che sarebbe inutile usare gli scanner dell'iride se si fotografassero solo gli occhi di chi si dichiara mussulmano. Quindi non si può nemmeno pensare di fare un immondo racial profiling - bisogna fotografare tutti i viaggiatori.

Inoltre, lo scanner dell'iride ha il notevole vantaggio (agli occhi dei fautori del velo) di non imporre al soggetto di togliersi il niqab - e penso che questo sia stato uno dei principali motivi che hanno convinto il governo saudita ad adottarlo. Questo scanner non è certo un colpo mortale all'estremismo maschilista :-)

Io non avrei niente in contrario a farmi fotografare i miei begli occhi, ma esistono problemi di privacy e di fondi da stanziare per le apparecchiature e la gestione dei dati - prima di dire sì vorrei essere sicuro che siano soldi spesi bene e quei dati siano gestiti correttamente.

Tornando alle violazioni del principio di eguaglianza propugnate da Valentina Colombo, vorrei attirare l'attenzione sulla lamentela che riporta di un intellettuale egiziano copto che si lagna che lui paga le tasse come tutti, ma che il Ministero degli Affari Religiosi egiziano paga solo le spese per il culto islamico - e che i copti in Egitto sono fortemente discriminati, cosa resa più facile dal fatto che sulle carte d'identità egizie è riportata la religione.

L'egiziano citato ha pienamente ragione, e Valentina Colombo fa bene a riferircelo, ma non si capisce come mai quello che è giusto motivo di biasimo quando si tratta dell'Egitto viene da lei passato sotto silenzio quando si tratta di Israele, che (come ammette il suo stesso governo) pratica in forma attenuata le medesime discriminazioni.

Inoltre, anche in Israele le carte d'identità riportano la religione - non in chiaro, ma in codice: se il titolare è ebreo, la data di nascita è riportata secondo il calendario ebraico; se non è ebreo, secondo il calendario gregoriano. Se non è zuppa, è pan bagnato!

Mi si può rispondere che lei sta parlando dell'islam e non di Israele, ma nel libro continua a battere sul chiodo dell'antisionismo presente nel mondo islamico, come se fosse frutto esclusivo della malvagità dei mussulmani, e non ci fosse nessun motivo obbiettivo per lamentarsi della condotta di Israele.

Preciso che non ritengo i mali di Israele motivo per invocarne la fine - ma mi sono convinto che lei abbia prima deciso di mettere l'islam sul banco degli imputati, e poi abbia scelto i principi in base ai quali processarlo, senza badare a quali altri possibili imputati avrebbero dovuto essere chiamati a correo.

Inoltre, non sono solo i contribuenti egiziani ed israeliani ad aver motivo di lamentarsi che il loro denaro va a finanziare comunità religiose a cui non aderiscono. Anche il contribuente italiano può lamentarsene con ottime ragioni - ma di questa palese violazione della separazione della religione dallo stato, e della libertà religiosa, che vuole che lo stato non favorisca una religione rispetto alle altre, non troverete parola nel libro di Valentina Colombo. Lei non combatte per la libertà.

Valentina Colombo parla anche del matrimonio islamico, e che esso non sia paritario è biasimevolmente vero (anche se alcuni paesi hanno cercato di correggerlo); palesano però il suo doppiopesismo gli strali che ella lancia contro l''urfi, una forma di promessa davanti a Dio che però non crea un matrimonio giuridicamente valido.

Questa promessa, spesso pronunciata secondo lei anche nelle moschee italiane, viene talvolta usata per frodare le leggi contro la poligamia, tant'è vero che la legge tunisina considera bigamo e punisce anche chi contrae un 'urfi in costanza di matrimonio. Inoltre, Valentina Colombo rimarca che quest''urfi lascia la donna senza alcuna tutela né durante il rapporto né in caso di ripudio, nemmeno quella risicata prevista dalla shari'a.

Sulla poligamia, dico solo che lo stato ha il diritto di vietarla e punire i trasgressori; ma non capisco perché mai Valentina Colombo non lanci strali anche contro il matrimonio cattolico esclusivamente religioso, non trascritto nei registri dello stato civile. Anche se la chiesa cattolica cerca di evitare la situazione in cui una persona ha un coniuge secondo l'anagrafe ecclesiastica, ed un altro secondo l'anagrafe civile, pure questo tipo di matrimonio cattolico ha il difetto di lasciare la donna senza alcuna tutela.

Eppure agli occhi di molte donne cattoliche, vedove titolari di pensione di riversibilità, è un matrimonio allettante, in quanto le mette in pace con Dio e non compromette la loro pensione. Sarebbe interessante chiedersi se le donne che contraggono un 'urfi siano sempre vittime di un raggiro, e non persone che preferiscono la versione islamica dell'unione di fatto.

Se Valentina Colombo vuole che sia vietato l''urfi, oppure che produca effetti civili e penali ad onta della volontà degli sposi, deve per coerenza chiedere anche una modifica al Concordato che vieti alla chiesa cattolica di celebrare matrimoni esclusivamente religiosi, ed imponga la trascrizione nello stato civile di quelli già celebrati (di cui ogni diocesi tiene apposito registro).

Per giunta, Valentina Colombo si lamenta che ci siano tribunali europei (in primo luogo quelli inglesi) che non rifiutano di tener conto della shari'a quando si occupano del diritto di famiglia delle coppie mussulmane.

Non approfondisco la situazione inglese, ma faccio notare che chi (come anche il sottoscritto) non ama che un diritto religioso contamini un tribunale laico dovrebbe mostrarsi altrettanto deciso contro la disciplina del matrimonio cattolico con effetti civili in Italia, che non è quella del Codice Civile, ma quella data dal Concordato, che impone al diritto civile italiano di cedere in parte a quello canonico cattolico romano. Anche qui la parzialità di Valentina Colombo è evidente.

Inoltre, anche in Israele sono permesse cose che in Italia sanno di poligamia. Vi cito un caso che mi è stato raccontato: un signore già sposato si innamora di un'altra donna e va a vivere con lei.

La legge ebraica consente alla moglie di rifiutare il divorzio, salvo alcuni casi - ma non questo! Perciò il signore in questione non può terminare il suo matrimonio e, per tutelare la sua compagna, firma con lei un contratto da un avvocato.

Questo perché, anche se la Bibbia ebraica consente la poligamia, la legge ebraica successiva la consente solo in casi estremi, e la legge civile israeliana la vieta.

Non giudico questo signore, ma penso che la legge israeliana gli abbia consentito una sorta di poligamia - ed anche qui non si capisce perché le cose che attirano il biasimo di Valentina Colombo quando sono fatte dai mussulmani non le fanno aprir bocca quando accadono in Israele.

Altro doppiopesismo si ha nel campo dei matrimoni misti: quando sono i mussulmani a rifiutare il matrimonio di una mussulmana con un miscredente, questo è sintomo di chiusura; quando sono Benedetto 16° e Giacomo Biffi ad esprimere forti perplessità, essi esprimono condivisibile prudenza.

E su Israele Valentina Colombo ha detto qualcosa? Eppure l'inesistenza del matrimonio civile in quel paese rende impossibili i matrimoni tra ebrei e non ebrei, e complica parecchio la vita a molti ebrei che possono sposare solo persone particolari.

Per aggirare quest'ostacolo, molte coppie si sposano all'estero e poi chiedono allo stato d'Israele il riconoscimento del matrimonio - stratagemma valido anche per il Libano, ma non per altri paesi arabi e mussulmani come l'Egitto.

Inoltre, ebrei e mussulmani condividono l'opinione secondo cui chi sposa un gentile od un miscredente abbandona la propria gente; le conseguenze che ne traggono i mussulmani non le conosco (mi rifiuto di attribuire il delitto d'onore alla religione islamica pura e semplice), ma so che la tradizione ebraica vuole che chi fa quel passo venga trattato come un morto: viene pianto, non viene più contattato, e perde la sua parte di eredità.

Uno si domanda perché mai Valentina Colombo critichi il principio ispiratore di questo trattamento solo quando lo abbracciano i mussulmani - se è biasimevole (io lo ritengo disumano), lo è indipendentemente da chi lo mette in pratica.

Altra cosa molto fastidiosa è il suo atteggiamento verso le bevande alcoliche; ad onta del divieto coranico (non privo di incoerenze, come Valentina Colombo rileva), alcuni paesi mussulmani consentono e disciplinano legalmente la produzione di vino, birra ed altri alcolici. Però Valentina Colombo usa le cifre sul consumo di alcol pro capite (in forte discesa da alcuni decenni) per valutare la penetrazione e l'influenza dell'estremismo islamico.

Ora, se anche la diminuzione del consumo di alcol fosse esclusiva opera dell'estremismo islamico, sarebbe comunque estremamente meritoria: provate a chiedere ad un poliziotto o ad uno psichiatra se è più pericoloso un coniuge od un genitore cristiano alcolizzato od uno mussulmano astemio. Sarebbe meglio riconoscere che il proprio avversario una volta ogni tanto la fa giusta :-)

La cosa più grave mi pare il denunciare il desiderio di islamizzare l'Occidente con la predicazione. Ora, lo scopo è lecito ed il mezzo pure. Valentina Colombo può contrastare l'azione dei mussulmani scrivendo tutti i libri che vuole (e guai a chi cerca d'impedirglielo!), ma poiché tratta l'Europa come un paradossale waqf cristiano, che una sorta di spirito di Yalta riserva al cristianesimo, finisce con l'invocare restrizioni della libertà religiosa paragonabili a quelle che consegnarono l'impero bizantino ai califfi.

Infatti i bizantini furono tanto intolleranti da indurre le minoranze religiose a tradire il loro paese, perché si trovarono a scegliere tra la certezza delle persecuzioni da parte di Bisanzio e la promessa di tolleranza religiosa (anche se non di libertà religiosa nel senso di Martha C. Nussbaum) da parte dei califfi.

Scelsero i califfi, e fino all'Illuminismo la loro scelta fu la migliore. Non è tornando a prima dell'Illuminismo che si può sconfiggere il fanatismo religioso.

martedì 29 settembre 2009

The mistake of boycotting Israel

[1] http://www.haaretz.com/hasen/spages/1117398.html

The article [1] says that the Al-Ahram media group (the most powerful media group in Egypt, and therefore one of the most important in the Arab world) has decided to boycott all Israelis, whatever their position.

This means that no Israeli will be able to publish a word on Al-Ahram's media, be he Avigdor Lieberman (the hawkish Israel Foreign Minister) or Yariv Oppenheimer (the current Chairman of Peace Now), be he Dov Lior (the Qiryat Arba' rabbi, a shame to humankind, not just Judaism) or David Frumkin (Chairman of Rabbis for Human Rights), Yigal Amir (Yitzchaq Rabin's murderer) or a Holocaust survivor who can easily compare what (s)he had to undergo in his/her childhood and what is now being done to 1948 and 1967 Palestinians.

Boycotting all Israelis means refusing to distinguish between the righteous and the wicked, and preventing the former from ridding himself from the latter. A better boycott should be aimed to those who actually do evil - for example, boycotting the Israel Railways while they were trying to fire Arab employees, just because they weren't Jews, would have been well deserved (by the way, an Israeli court has eventually ruled that such a dismissal would be illegal, so the Israeli Railways had to keep these Arabs).

I know that Al-Ahram's boycott is in tune with what most Egyptians think and do, and they could also reply that Gaza's siege is a form of "collective punishment" as broad as theirs, and much bloodier, since many Gazans' lives are put in jeopardy by the Israeli Army, while refusing to talk to an Israeli doesn't harm him/her.

They're right, but two wrongs don't cancel each other, only reinforce each other. I don't see how Al-Ahram's boycott could improve the Palestinians' lot, or help topple one of the worst government in Israeli history.

domenica 20 settembre 2009

About the Golden Rule


This post is an English rewriting of this Italian blog post, for my non-Italian friends' sake.

This is a digression, not a treatise, on mathematics, halakhah (Jewish law) and moral philosophy, inspired by a lecture held in Verona (Italy) on February, 6th, 2009 by the UAAR as a tribute to Charles Darwin, who was born on February, 12th, 1809.

Among the lecturers there was the Dean of the Faculty of Mathematical, Physical and Natural Sciences of the University of Verona, Prof. Roberto Giacobazzi, who explained how negative results have often fostered the advancement of science; among the examples he mentioned, there were the Gödel Incompleteness Theorems, which refuted Hilbert's Program.

In short, David Hilbert aimed to ground all mathematics on a small number of axioms, which all theorems could be deduced from with purely formal techniques - as Prof. Giacobazzi said, "So that they could be proved by a machine". But Kurt Gödel proved that it was impossible, as there are some theorems that can't be proved as such.

Gödel's Theorems are the curse of pure mathematicians, but the blessing of the applied ones, who could then develop information technology, which is now enjoyed by everyone.

A trivial alliteration turns Hilbert into Hillel, the famous Jewish leader who was once challenged to teach the whole Torah while standing on one foot, and he replied by stating what is known as the Golden Rule: "What is hateful to you, don't do unto others. That's the whole Torah, the rest is commentary. Go and study." [Talmud Bavli, Shabbat, 13b]

Let's now focus on the Golden Rule: in my opinion, it was an attempt to deduce all halakhic rules from a single principle - a program akin to Hilbert's in mathematics.

It wasn't just Hillel who pursued this aim: the Talmud tells that there once was a dispute among rabbis about which Torah verse could summarize it all, and the winner was Ben Azay, who summed it up in the verse, "This is the book of the generations of Adam. In the day that God created man, in the likeness of God made he him." [Genesis 5:1].

Here you can read why was Ben Azay awarded victory, but I would focus on who came in second, Aqiva, who stated this version of the Golden Rule, "(...) Thou shalt love thy neighbour as thyself: I am the Lord." [Leviticus 19:18 - the words in italics are those you can read in the Israeli stamp which adorns this post].

Aqiva's competition entry was deemed less worthy than Ben Azay's since Ben Azay called for going beyond one's limits to respect to all creatures, but Aqiva's entry is crosscultural, i. e. you can find its equivalents even in cultures not (yet) influenced by the Bible.

The British philosopher Richard Mervyn Hare (1919-2002) certainly knew the Bible, and perhaps Jewish thought as well, as he was Peter Singer's master, and grounded his moral philosophy on the Golden Rule.

Moreover, he noticed that Immanuel Kant's Categorical Imperative's maxims could be deduced from it. Let's read the maxims:



  • Act only according to that maxim whereby you can at the same time will that it should become a universal law;

  • Act in such a way that you treat humanity, whether in your own person or in the person of any other, always at the same time as an end and never merely as a means to an end;

  • Therefore, every rational being must so act as if he were through his maxim always a legislating member in the universal kingdom of ends.


If somebody wants to inflict what he himself wouldn't be willing to bear on somebody, he goes against all these maxims; and who behaves according to these maxims wouldn't inflict what he wouldn't bear on anybody.


Once Kant distanced himself from the Golden Rule with this example: a duly convicted inmate could plead with the judge that he couldn't do unto him [the culprit] what he wasn't willing to do to himself [the judge], so the Golden Rule would force the judge to release the inmate.


I think that Kant's example is too naïve: a perfect judge would even apply law against himself (an example of such a man is Creon, a character in Sophocles' tragedy Antigone, who unwittingly destroys his own family for the sake of the law), so the judge would answer the petitioner that, had he been guilty, he would have sentenced and jailed himself.


Moreover, Georg Wilhelm Friedrich Hegel stated that the offender has the right to be punished, because punishment redeems him, and only who is accountable for his actions is honored as a rational being - in short, even punishments have their "utility" for the culprit, especially if he is convinced that he deserved them.


So, the way is cleared for Richard Mervyn Hare's attempt to join Immanuel Kant's moral philosophy with the Utilitarianism of Jeremy Bentham and John Stuart Mill.


Summing up, utilitarian theories assume that every human being has an "utility function" which relates the use of something or the performance of an action to the advantage (utility) to him/her.


The study of utility functions is quite a complex subject, best left to mathematics, philosophy, economics, biology, psychology mavens - I'm contented with hinting to their use as the basis of a moral philosophy.


An utilitarian thinks that the purpose of moral action is maximizing the "total utility" of the people involved; (s)he therefore:



  • wants that the principle of his action become an universal law - as it would foster utility maximization in any case, be the action carried out by him/herself or by anybody else;

  • treats everybody as an end in him/herself (who they want their utility to be maximized, and therefore cooperate with total utility maximization) and not just as means (for someone's utility maximization);

  • acts as a legislating member in the universal kingdom of ends (as anybody gives his contribution to and takes advantage of total utility maximization).

So utilitarianism can be derived from the Golden Rule and the Categorical Imperative; it's often claimed that it fosters an egoistic moral, but this claim can be easily refuted.


In most people, utility functions are such as that marginal utility is decreasing: drinking a glass of water when you're really thirsty is much more rewarding than after drinking a full bottle; and doctors in the developed world know that the same food that saves a hungry person hurts an obese one - who has eaten too much throughout his/her life.


In the same way, 10 Euros are of little utility to a tycoon, as he already has a lot of money, but of great utility to a beggar, who has very little money. Therefore utilitarianism would favor asking the rich to give to the poor (by way of alms, or by paying a progressive income tax which finances the welfare state), as the rich person's utility is only slightly diminished, but the poor's utility is greatly increased - thus maximizing total utility.


Utilitarianism thus encourages reasonable altruism, not stinginess. A greater drawback of utilitarianism is that people practicing it should spend their life making complex utility calculations, and they may not have the time to do that before acting.


Moreover, economists have discovered that utility functions are incomparable between people: somebody's utility function may be very different from somebody else's function, and the former may not know that.


It could be an argument in favor of market economy (because negotiating a price or an exchange rate is a way to make utility functions comparable), but it is also one of the explanations of why it is so difficult to choose the right gift for somebody - you may not negotiate it, so you have to guess the utility function of who is to be given something.


And a person who wants to benefit people, but can only rely on guesswork or even sophisticated utility calculus, may actually make gross mistakes and bring damage instead of benefit. A good argument against totalitarianism.


George Bernard Shaw stated,"The golden rule is that there are no golden rules", and ironically also said, "Do not do unto others as you would they should do unto you. Their tastes may not be the same." To overcome this serious objection, Richard Mervyn Hare establishes two levels of moral thought - the intuitive and critical levels.


The intuitive level is the one of the simple moral precepts taught to children, the ethical principles which can be found in the charters of the liberal professions, or even in the Constitutions of the States; these principles warrant adequate utility optimization in most life circumstances, and spare the utilitarian the time and effort moral calculus requires, but they may at times clash, and force to rise to the upper level.


The critical level is the level of actual moral calculus, with the aim of maximizing total utility.


The interplay between the intuitive and the critical level can be explained with an example: when there is only one chair, it is always good manners that the man stands and lets the woman sit on the chair.


Stated as such, it is an intuitive level principle; the critical reasoning behind it is that women's pelvis makes harder for them to stand, so total utility maximization is achieved when the man stands and the woman sits.


In case the woman is young and healthy, and the man old and sick, critical thought may lead to a different decision - to let the man sit down. Critical thought is also required to acknowledge that this weakness of women doesn't imply that they should be treated as second-class citizens, and that all traditions that foster the disenfranchisement of women are wrong.


Critical thought is the tool which has promoted change in history, but in the moral realm it should be used with some care, as Richard Mervyn Hare points out that it is easy for a person directly involved in a stressful moral case, and who may not fully know its terms, to fall into the special pleading fallacy (i. e. wrongly claiming that one's case is a real exception to the rules) instead of performing correct critical thought.


In this case, Hare advises to turn to the advice of a third party, if possible; if not, to resist the temptation to break the usual rules, because the risk is to actually reduce total utility instead of increasing it.


The situation is similar to that of a soldier fighting at front line: maximization of total utility may require him/her to forgo his/her life, or to leave the battlefield; but he may not know which is the best option because he doesn't have the whole picture of war in front of his eyes - so it's best for him to stick to orders, unless they're clearly senseless.


Hare's advice allows us to stop talking about utilitarianism and resume talking about halakhah. There is a lot of popular halakhic literature (on the Web), which often warns the reader that a practical problem involves a conflict of mitzwot (commandments) which must be solved by a rabbi.


I therefore think that this rabbi has to resort to decisional calculus, even though it may not be laid out in the form of a mathematical formula, in which the relative weight of each mitzwah and the circumstances requiring strictness or allowing leniency are present.


A case which has struck me is this. As you can read, a cohen (priest; akin to Arabic kahin - soothsayer) must not enter a building in which there are corpses, so visiting a sick in hospital entails a conflict of mitzwot that must be solved by a rabbi.


In Israel statistics have been collected on the country's hospitals, so a rabbi may know what's the actual risk of contracting tumat met (corpse impurity), and decide whether, given the circumstances, is a risk worth taking.


Even though he may not use mathematical formulae, the rabbi clearly has to make a reckoning based on these statistics; Hillel ended his summary of the Torah with the imperatives, "Go and study", and the verb "study" probably meant "learn halakhic calculus."


Many everyday situations apparently require a rabbi's advice, and therefore I think that halakhah requires a behavior optimization far higher than the one usually required in post-Christian countries like Italy.


If you want to apply Hare's distinction between intuitive and critical moral reasoning to halakhah, you have to give very little importance to intuitive reasoning, because the Jewish ideal is that anybody (or at least every adult male) be able to master critical halakhic reasoning.


I talked about the "relative weight of the mitzwot"; can it be reckoned? As far as I know, the question is deemed silly, or even blasphemous, because each and every mitzwah is important, and none can be neglected.


A more elegant answer would be remarking that if we could really evaluate the "relative weight of the mitzwot", we would know God's utility function - and we already know that we can't even know human utility functions. Moreover, had human reason been up to that, Revelation would have been useless, since pure reason would have sufficed.


So, we can't actually know what's the relative weight of the mitzwot; but practical needs force us to behave as if such a comparison were possible, so we may wonder if Aqiva's and Hillel's program, to deduce all mitzwot from a single principle, could help us.


I'm afraid that we have now to remember Prof. Giacobazzi's words, namely that a negative result is often more fruitful to science than a positive one. The author of the negative result we're dealing with now is Maimonides, who wrote in his Guide for the Perplexed that the mitzwot could be classified into mishpatim (judgements) and huqqim (decrees).


While a rationale can be found for mishpatim, so they may hopefully be derived from the Golden Rule, no rational explanation can be given to huqqim, which should be obeyed because they're revealed, not because they're rational.


Maimonides refuted Hillel and Aqiva, and halakhah may not be considered a kind of moral philosophy, even though there are lots of interesting similarities between them.