venerdì 19 dicembre 2014

Libro dei sogni

Tre cose sarebbe interessante rivendicare in un Pride, ma i tempi non sono maturi:

1. L'abrogazione degli articoli 527 e 529 del Codice Penale, che rispettivamente puniscono e definiscono gli atti osceni in luogo pubblico. Nel migliore dei mondi possibili, uno dovrebbe vestirsi solo per autoprotezione; io mi accontento che si possa (s)vestirsi come si vuole in pubblico, senza temere altro che il caldo od il freddo.

2. La revisione del Codice Civile, in modo da consentire il matrimonio di gruppo, senza diminuire le garanzie per i coniugi più vulnerabili. Oltre alle garanzie più ovvie, ispirate al diritto delle società di persone, ed all'attuale diritto di famiglia, va introdotto l'obbligo di informare i nubendi dell'effettivo stato civile dell'altro, compreso il numero di coniugi o persone con cui ha richiesto le pubblicazioni, ed il diritto di veto per i coniugi od i nubendi all'ingresso di nuovi coniugi o nubendi nella compagine familiare - esercitato una volta per tutte (rendendo così il matrimonio monogamico) oppure di volta in volta (non è mai una buona idea introdurre in un gineceo/androceo/ecc. una persona sgradita a chi ne fa già parte).

3. Fatto questo, modificare l'articolo 556 del Codice Penale, che definisce e punisce la bigamia in modo che sia punita solo in caso di raggiro (cosa che ora è una circostanza aggravante) - intendendo per raggiro l'ingannare l'altr* non solo sul proprio stato civile, ma anche sul numero esatto di coniugi e nubendi (sposare chi ha già un coniuge od un* fidanzat* non è la stessa cosa dello sposare chi ne ha già tre).

Ovviamente, il matrimonio di gruppo dovrebbe essere egualitario (ovvero non ha importanza il genere di alcuno dei coniugi).

Pubblico queste considerazioni in un blog personale, non in quello di Lieviti, perché queste considerazioni non sono una presa di posizione dell'associazione, ma la mia lista dei desideri.

Raffaele Yona Ladu

giovedì 14 agosto 2014

La parabola del fattore infedele

La parabola di Matteo 13:44 che ho commentato qui, ad una lettura superficiale incoraggia la disonestà, e questa lettura verrebbe corroborata dal fatto che nel genere letterario della parabola non si danno giudizi morali, e da un'altra parabola con un protagonista disonesto, quella di Luca 16:1-13, che per comodità vi riporto nella versione de La Nuova Riveduta:
1 Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: «Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni.
2 Egli lo chiamò e gli disse: "Che cos'è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore".
3 Il fattore disse fra sé: "Che farò, ora che il padrone mi toglie l'amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno.
4 So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l'amministrazione".
5 Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: "Quanto devi al mio padrone?"
6 Quello rispose: "Cento bati d'olio". Egli disse: "Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta".
7 Poi disse a un altro: "E tu, quanto devi?" Quello rispose: "Cento cori di grano". Egli disse: "Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta".
8 E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce.
9 E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. 
10 Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. 
11 Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? 
12 E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri? 
13 Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona». 
I commenti del sito LaParola.Net e quello del cattolico Bruno Maggioni non hanno nessun dubbio: quel fattore è proprio un farabutto, e Gesù loda di lui soltanto la prontezza nel garantirsi un avvenire, che i suoi discepoli dovrebbero prendere ad esempio, non certo i mezzi usati.

Altre persone non sono altrettanto sicure di questo - anche senza giungere all'estremo di Giuliano l'Apostata, che secondo LaParola.Net motivò la sua apostasia proprio per la frode lodata in questa parabola, sentono che non è possibile che Gesù avesse consigliato proprio questo.

Questo impedisce di usare la parabola di Luca a sostegno dell'interpretazione pedestre di quella di Matteo: se tutti si sentono a disagio quando il Vangelo sembra consigliare la disonestà, è lecito immaginare che Gesù stesso se ne rendesse conto ed avesse usato l'apparente disonestà di codeste parabole come esca e pungolo.

Esca per attirare l'attenzione, pungolo (vedi qui) per costringere i discepoli più motivati ad indagare ed a trovare una spiegazione che eliminasse il motivo di scandalo.

Di queste spiegazioni, la più usata (per esempio, da Gianfranco Ravasi) è che il fattore, come capitava in quel tempo e luogo, era pagato a provvigione.

Perciò, quando condona in parte i debiti ai debitori del padrone (che erano certamente più di due, ma Gesù non poteva abusare della pazienza degli ascoltatori), il fattore in realtà rinuncia solo alla sua provvigione - ed il padrone non subisce danno.

Per questo il padrone lo loda sinceramente anziché lasciarsi scappare un'imprecazione che potete certo immaginare!

Non tutti apprezzano questa spiegazione, ed io ho i miei motivi per farlo. Avverto che non sono un esegeta, ma un impiegato di banca, e penso di potermi immedesimare nella situazione del fattore infedele - anche la mia banca amministra i beni altrui.

Può capitare che una persona venga licenziata non per sua colpa, ma perché troppo screditata dalle chiacchere - se non si riesce a riabilitare il suo nome, lei può essere costretta a dimettersi perché il suo disonore nuoce anche al suo datore di lavoro.

È la situazione della parabola; infatti, se veramente il padrone si è convinto che il fattore sia disonesto, perché gli chiede il rendiconto? Per dargli un'occasione in più di imbrogliarlo?

Se un impiegato di banca viene accusato di malversazione, non gli si chiede il rendiconto - gli si impedisce di rimetter piede nella "scena del delitto" per timore che inquini le prove, e si chiede al Servizio Compliance (detto un tempo Ispettorato) di verificare le sue operazioni per individuare le sue eventuali malefatte.

I mezzi sono diversi, ma penso che duemila anni fa si facesse la stessa cosa: chi temeva di essere frodato dal proprio uomo di fiducia non gli chiedeva il rendiconto, lo cacciava immediatamente e chiedeva ad una terza persona di verificare i conti.

Se il padrone non agisce così, vuol dire che è convinto che il fattore sia impopolare, non disonesto. Lui deve revocargli l'incarico perché il fattore si è fatto molti nemici, che hanno ucciso la sua reputazione, ma non gli revoca la fiducia.

Inoltre, perché i debitori vengono convocati dal fattore uscente e non da un'altra persona? Se quello uscente si fosse dimostrato davvero disonesto, avrebbe dovuto essere un'altra persona a convocarli tutti per la verifica dei conti.

Posso citare un esempio: il fornitore di un'associazione era in società con altri, e quando fu pagato non registrò il pagamento, perché volle sottrarre il denaro ai suoi soci. Fu l'avvocato di costoro a convocare il presidente dell'associazione per verificare la situazione, non il socio disonesto in cerca di un nuovo lavoro!

E perché i debitori accettano di incontrare il loro fattore, accusato di malversazione? Era rischioso per loro abboccarsi con lui, in quanto potevano essere sospettati di esserne stati complici.

La spiegazione che mi viene in mente è che loro lo hanno incontrato perché esortati dal suo padrone, che probabilmente era presente all'incontro - nel Vangelo non è scritto che lui era assente, ma che ratificò e lodò infine l'operato del fattore. Glielo hanno riferito, od ha assistito?

I commentatori citati da LaParola.Net hanno oltretutto notato una cosa ovvia, cioè che un buon amministratore non ha bisogno che siano i debitori a ricordargli quanto gli devono, ma non ne hanno tratto le conseguenze: se lui conosce la posizione di ogni debitore (se non fosse così, il padrone si sarebbe comportato diversamente), perché li convoca tutti?

Secondo me, l'idea del fattore è molto sofisticata, e molto più onesta di quello che sembra: lui ha pensato, ed il padrone ha convenuto, che le voci contro di lui sono partite da alcuni dei debitori, e volevano identificarli, dar loro una lezione, e riabilitare il calunniato fattore.

Non era difficile: loro hanno pensato che  i colpevoli, per dare credito a codeste voci, alla domanda: "Quanto devi al mio padrone?" non avrebbero risposto dicendo il vero, ma gonfiando il loro debito, per far credere che, se il padrone non aveva mai ricevuto nemmeno gli interessi sul dichiarato, era colpa della disonestà del fattore.

Ed infatti il primo dichiarerà di dovere il doppio del vero, il secondo il 25% in più; non sappiamo se anche gli altri debitori hanno esagerato, ma il mio sospetto è che, come previsto, soltanto chi ce l'aveva con il fattore ed ha fatto nascere quelle voci lo abbia fatto. Chi era contento di lui non aveva motivo di farsi del male dichiarando il falso. 

Ma il fattore rimette le cose a posto chiedendo ad ognuno solo quello che deve davvero. Si rifiuta di approfittare della situazione per punire chi lo ha accusato a torto. Lui non ha voluto comprare i favori altrui con una truffa, ma dare prova di onestà e magnanimità - che per chi cerca lavoro come "kalkal/oikonomos/amministratore" sono la migliore raccomandazione.

Il piano è riuscito alla perfezione, e per questo il padrone che stava per licenziarlo a malincuore (se poi lo ha fatto comunque, è un interessante problema teologico) lo loda di cuore per la sua avvedutezza.

Si obbietterà che il versetto 8 parla di "fattore disonesto" ed il versetto 9 di "ricchezze ingiuste". Per rispondere, devo guardare il testo greco: la locuzione "il fattore disonesto" traduce "ton oikonomon tes adikias" e la locuzione "con le ricchezze ingiuste" traduce "ek tou mamona tes adikias".

È vero che il greco del Vangelo, ed il latino della Vulgata, ricalcano la preferenza delle lingue semitiche per i complementi di specificazione in luogo degli aggettivi qualificativi - per cui è lecito tradurre "tes adikias" come "ingiusto" anziché "dell'ingiustizia" - ma credo che in questo caso non sia corretto.

"Mamona" è una parola aramaica che vuol dire "denaro, patrimonio", e corrisponde all'ebraico "mamon", col medesimo significato. Sapete come si dice "frode" nell'ebraico d'oggi? "Honaah", una parola che credo di origine aramaica.

Secondo me, l'autore originario della parabola, in lingua aramaica, si è divertito a proporre un gioco di parole tra "mamona" ed "honaah", tra "denaro" e "frode"; il traduttore in greco lo ha apprezzato, ed ha cercato di riprodurlo - ed anche un commentatore cattolico contemporaneo (di cui non ricordo ohimé il nome) se ne è reso conto.

Non sono quindi il primo ad osservare che la parola "adikia", che in greco significa "ingiustizia", non traduce in questo caso l'"ingiustizia" come categoria concettuale, ma una "frode" specifica, quella architettata nella parabola.

La "mamona" della "honaah" è quindi "il provento della frode", ed il "kalkal ha-honaah [così si direbbe in ebraico]" non è un "fattore disonesto", ma il "gestore della frode", per conto del padrone.

Il versetto 11 non è un argomento contrario, perché in esso "nelle ricchezze ingiuste" traduce "en to adiko mamona" - il testo greco qui usa un aggettivo qualificativo in luogo di un complemento di specificazione. Si sta parlando di un'altra cosa, forse tratta da un discorso di Gesù pronunciato in altra occasione (sospetto espresso da alcuni degli esegeti citati qui) in cui egli confronta le ricchezze illusorie con quelle autentiche.

Tornando alla parabola vera e propria, vi si descrive una bella trappola ed una meravigliosa punizione per chi ha calunniato il fattore; ma il "kalkal/oikonomos" sapeva che non era il caso di lucrare "il provento della frode", ma di rinunziarvi per farsi degli amici, dimostrando di avere i loro beni a cuore come i propri, per meritare di amministrarli.

Un'obiezione sollevata è che nei versetti 6 e 7 il fattore dice ai due debitori citati: "Prendi la tua scritta e scrivi ...", che corrisponde al greco: "Dexai sou to gramma kai graphon ..."; un esegeta qui citato fa di questi versetti un punto di forza, in quanto sembra che il fattore ordini ai debitori di manomettere dei pagherò cambiari.

In realtà, non è scritto nella parabola che si trattava di pagherò già compilati con un diverso importo, e quindi il suo autore non accusa nessuno di falsificazione.

Chiamare quelle "scritte" "pagherò" non è un anacronismo, dacché, secondo quest'articolo, i pagherò cambiari sono un'invenzione ebraica, citati nel Talmud [bBava Metzi'a, 44b] come titoli nominativi (cioè a favore di una persona determinata), e sempre dagli ebrei trasformati in titoli all'ordine (cioè trasferibili con girata) nell'Alto Medioevo, prima che anche i gentili imparassero a farne buon uso.

Ci si può chiedere se all'epoca della parabola chi aveva firmato un pagherò poteva eccepire al prenditore che l'importo del titolo era superiore all'effettivo debito, e quindi era tenuto a pagare solo quest'ultimo (nell'Italia attuale, quest'eccezione si può sollevare, ma solo contro il prenditore - se questi ha ceduto il pagherò ad una terza persona, questa ne è immune e può esigere l'intero importo del titolo).
Può sembrare un'ipotesi cervellotica, ma in realtà è molto comune: un fornitore può concedere una linea di credito al suo cliente (per esempio, di 10.000 Euro), e volere un pagherò di 10.000 Euro a garanzia del credito; può capitare che il fornitore abbia immediato bisogno di denaro e metta all'incasso quel pagherò, ma il debitore obbietta all'ufficiale giudiziario che glielo presenta: "È vero, ho firmato quel pagherò di quell'importo, ma di quei 10.000 Euro concessimi ne ho utilizzati solo 6.000, e perciò restituisco solo 6.000!"
In questo caso, non sarebbe servito a nulla né al padrone né al fattore [autorizzato a riscuoterli in quanto suo agente] avere dei pagherò con importi gonfiati: dei firmatari attenti e motivati [erano grossi importi quelli della parabola] avrebbero potuto comunque difendersi in giudizio e pagare solo il dovuto, accollando al creditore ingordo le spese.

Se così è, il fattore, ordinando ai debitori di scrivere l'importo corretto, ha semplificato la vita a tutti.

Ci si è chiesti chi rappresentano i protagonisti della parabola, dandone varie risposte; quella che viene in mente a me è che il proprietario è il Padre, ed il fattore il Figlio - il resto è teologia della Croce (forse posteriore a Gesù).

Nonché ammonimento a non cercare un messia diverso da Gesù. Ed a non iniziare gare di severità nell'osservanza religiosa (piuttosto frequenti anche tra gli ebrei di oggi - e non dimentichiamo che è altrettanto comune per gli ebrei vedere nei precetti religiosi dei debiti da adempiere verso l'Eterno o verso il prossimo) perché, in questi casi, se Gesù capisce la situazione e ti salva anche da te stesso, altri possono approfittarne per impiccarti con le tue stesse parole.

Raffaele Yona Ladu

lunedì 28 luglio 2014

Un'interpretazione originale di Matteo 13:44

Matteo 13:44 è il testo di una parabola assai nota, che vi riporto nella versione della Nuova Riveduta (come tutte le citazioni bibliche seguenti):
Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e, per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo.
Non rubo il mestiere agli esegeti, che hanno trovato notevoli paralleli nei midrashim (nei quali viene disapprovato il comportamento del proprietario pigro che non cerca il tesoro nel suo campo, e lo vende per meno di quello che vale, proprio perché ignaro del tesoro; ringrazio il mio amico Paolo Ferrari per avermeli fatti leggere); mi permetto però di discutere con il commentatore riportato in LaParola.Net, perché secondo me non è necessario ritenere che "l'uomo" si stia comportando in modo disonesto, anzi!

In alcuni dei midrashim, tra cui uno attribuito a Shim'on Bar Yochai, l'acquirente è ignaro del tesoro esattamente come il venditore, quindi non c'è frode: è per un colpo di fortuna che la negligenza del venditore premia la diligenza dell'acquirente. Nella parabola di Gesù, ad una lettura superficiale, sembra che l'acquirente si stia comportando in modo disonesto, perché sa una cosa che il venditore ignora e ne approfitta danneggiandolo.

Però, mi pare improbabile che Gesù consigli la disonestà - e non solo perché questo contraddirebbe l'immagine che di lui danno i cristiani suoi discepoli.

Gesù era ebreo, ed una cosa che gli ebrei fanno sempre notare è che, secondo il Talmud (bShabbat 31a), la prima domanda che viene rivolta dal Tribunale celeste a chi passa a miglior vita è: "Sei stato onesto nel trattare i tuoi affari?".

Ve l'immaginate un "maestro itinerante" che raccoglie tanti discepoli come descritto dai Vangeli, proprio tra persone che la pensano così, se si permette di consigliare la disonestà?

Non è una bazzecola ciò di cui la lettura superficiale della parabola incolpa l'acquirente: dal diritto ebraico, biblico e postbiblico, è vietatissimo al compratore approfittare di quello che il venditore non sa - e viceversa. Fare una cosa del genere significa rendersi rei di hona'at mamon = frode pecuniaria.

Non è solo una questione di soldi: chi fa queste cose opprime (la traduzione "fa torto a" è un po' troppo delicata) il suo prossimo, cosa vietata da Levitico 25:14.

Inoltre, chi pensa che il compratore sia stato disonesto, dovrebbe spiegarci perché non si è portato via subito il tesoro. Perché lui si sarebbe astenuto dal compiere un furto per compiere poi una truffa - cosa non meno grave?

Dobbiamo quindi trovare una spiegazione che discolpi il compratore. La prima che viene in mente è che il "tesoro nascosto" non ha valore economico. La sua presenza non cambia né il valore né il prezzo del campo. Perciò il venditore non subisce danno economico. Niente danno, niente truffa.

Il Regno dei Cieli non ha quindi valore venale; questa è una cosa che ricaviamo anche da altri insegnamenti di Gesù, ha guidato la ricerca dei passi paralleli a questo riportati in LaParola.Net, nonché i commenti che il mio amico Paolo Ferrari mi ha fornito, ed incoraggia a proseguire per questa via interpretativa - farsi guidare dagli scrupoli di coscienza di un onesto compratore.

Però questi scrupoli vengono solo alleviati: comprare una cosa per impadronirsi di due non è onesto nemmeno se la seconda cosa non vale nulla - e su questo sono d'accordo gli ebrei, che vietano il profitto ingiusto anche se nessuno subisce danno (Talmud bBava Batra 12b - citato qui), considerando questo modo di agire degno degli abitanti di Sodoma.

Il compratore ha trovato un tesoro nascosto, lo nasconde di nuovo, ma sa che il proprietario del campo ne è al corrente - altrimenti non potrebbe acquistare il campo con la coscienza pulita.

Il tesoro non viene perciò nascosto al padrone del campo, viene nascosto agli eventuali ladri che non avrebbero scrupoli. Ed il proprietario vende il campo ed insieme con esso un tesoro che ben conosce, ma a cui nessuno dà alcun valore economico (eppure ci possono essere dei ladri a cui fa gola - per non parlare del compratore del campo!) - perciò la transazione è onesta e vantaggiosa per entrambi (il venditore ha i soldi, il compratore il tesoro).

Resta però uno scrupolino piccino picciò: che ci faceva il compratore nel campo altrui?

Una persona onesta non entra nella proprietà altrui senza autorizzazione. Che autorizzazione poteva avere?

Due me ne vengono in mente: o si trattava di un bracciante agricolo (o, più probabilmente, visto che era dovizioso, di quello che oggi si chiama un "contoterzista", cioè di un imprenditore che lavora i campi altrui), oppure di uno dei poveri a cui la Torah consentiva e consente di spigolare e raccogliere quello che viene lasciato per loro in un angolo del campo (Levitico 19:9; Levitico 23:22; Mishnah Pe'ah; ecc.).

Propongo un'interpretazione che comprende entrambi: il contoterzista ha incontrato in quel campo i poveri, e si è reso conto che loro sono il Tesoro del Regno dei Cieli, anzi, il Regno vero e proprio! Comprando il campo, compra anche la gioia di stare nel Regno.

L'interpretazione non è incompatibile con gli insegnamenti di Gesù - Luca 6:20 (che fa parte delle Beatitudini secondo Luca) esplicitamente afferma:
Egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi che siete poveri, perché il regno di Dio è vostro. (...)»
Inoltre, Luca 10:8-9, dice:
8 In qualunque città entriate, se vi ricevono, mangiate ciò che vi sarà messo davanti, 
9 guarite i malati che ci saranno e dite loro: "Il regno di Dio si è avvicinato a voi".
Luca 17:20-21 esplicita:
20 Interrogato poi dai farisei sul quando verrebbe il regno di Dio, rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà: 
21 "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi».
L'importanza dei poveri che si sfamano con l'angolo del campo viene evidenziata anche dall'inizio della Mishnah Pe'ah:
MISHNAH 1. Seguono le cose per cui non è prescritto un limite massimo: 1. l'angolo del campo; 2. l'offerta delle primizie; 3. le offerte presentate al Signore nel corso dei tre pellegrinaggi; 4. il far del bene; 5. lo studio della Torah. Seguono le cose di cui una persona lucra l'interesse in questo mondo, ma il capitale le rimane nel mondo che verrà: onorare il padre e la madre, praticare la carità, e mettere pace tra un uomo ed il suo amico; ma lo studio della Torah vale per tutte quante.
Questa Mishnah, in cui si comincia con il parlar di campi (tra parentesi, secondo i rabbini, l'"angolo del campo" da riservare ai poveri deve essere almeno 1/60 [1,667%] della superficie del campo; poiché però non c'è limite massimo, uno può ingrandirlo quanto vuole), e si prosegue con il tesoro che si può cumulare nel mondo che verrà, è ritenuta fondamentale dagli ebrei, che la recitano durante la preghiera del mattino - così come la parabola del tesoro del regno è fondamentale per i cristiani.

Ma il brano evangelico chiave per interpretare questa parabola è Matteo 5:1-12, ovvero le Beatitudini secondo Matteo (devo ancora ringraziare Paolo Ferrari per aver fatto partecipare me e mia moglie ad un gruppo di studio sulle beatitudini evangeliche):
  1. Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui,
  2. ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo:
  3. «Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
  4. Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati.
  5. Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.
  6. Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.
  7. Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.
  8. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
  9. Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
  10. Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
  11. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia.
  12. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.
Quali sono le persone di cui si dice qui che il Regno dei Cieli è loro?
  1. I poveri in spirito (v.3);
  2. I perseguitati per motivo di giustizia (v. 10).
In questa parabola del tesoro del campo, sono le stesse persone. Perché infatti dei poveri dovrebbero "nascondersi"? E perché chi li scopre dovrebbe avere la cautela di "nasconderli" nuovamente? Infatti, spigolando e cogliendo le spighe dall'angolo loro riservato, loro esercitano un diritto - possono farlo a testa alta.

C'è un mucchio di barzellette ebraiche che mettono in ridicolo la sfrontatezza (chutzpah) dei mendicanti (schnorrer), che si comportano come se l'elemosina fosse il loro "salario di cittadinanza" - e guai a chi gliela nega! Inoltre, Gesù avverte di non nascondere una lampada (Matteo 5:15, Marco 4:21, Luca 8:16, Luca 11:33), ma di metterla dove illumina ovunque.

Ma se i "poveri in spirito" sono anche "perseguitati per motivo di giustizia", è più che ragionevole che si nascondano, anzi, si "velino" cercando di passare da poveri qualunque, per paura di essere "portati via" dai "ladri", termine il cui significato neotestamentario è ben esplicitato da Matteo 21:13, Marco 11:17Luca 19:46 (se tutti i tre Sinottici citano il medesimo logion = detto, pur con qualche variante, lo si considera autentico).

Anche i discepoli di Gesù spigolano (Marco 2:23-28 si premura di informarci che lo fecero pure di Sabato), dacché sono poveri; e se sono perseguitati, nascondersi è per loro molto opportuno (va ricordato che Eusebio di Cesarea ci informa come i cristiani sfuggirono alla Grande Rivolta del 66-73 DC rifugiandosi nella Decapoli, e così salvarono la Chiesa - se i cristiani di allora avessero bramato il martirio anziché scansarlo, il cristianesimo non ci sarebbe più).

Se la mia ipotesi è corretta, il compratore del campo ha riconosciuto nei poveri che lo frequentano i discepoli di Gesù, il Tesoro del Regno - anzi, il Regno; questo lo ha rallegrato, ed ha deciso di aiutarli. Non li ha denunciati né alle autorità civili, né a quelle religiose, né al proprietario del campo (tutti convinti che essi siano dei poveri qualsiasi), ma ha comprato il campo per dar loro asilo perenne e sicuro, e stare con loro.

La parabola sarebbe quindi una ricetta per i tempi di persecuzione, anche se il suo valore va ben oltre la circostanza.

Bisogna però chiedersi se sia davvero di Gesù: il criterio più semplice (un detto riportato più volte nei Vangeli lo si considera autentico) non depone a suo favore, e l'interpretazione che propongo (i discepoli che si "velano") va contro l'esortazione (quella sì riportata più volte) di Gesù ad essere illuminanti e visibili; inoltre, la circostanza che congetturo (una persecuzione su larga scala) sembra posteriore alla morte di Gesù.

Inoltre, come faceva notare Conzelmann riprendendo Bultmann (Conzelmann lo sto studiando per l'esame di Introduzione al Nuovo Testamento della Facoltà Valdese di Teologia), Gesù raccontava parabole, ma i redattori dei Vangeli hanno aggiunto ad esse delle allegorie.

La differenza principale tra la parabola e l'allegoria è che la parabola non ha bisogno di speciale interpretazione: la situazione che descrive è verosimile, ed il paragone che propone è chiaro; l'allegoria invece descrive una situazione poco verosimile che costringe a chiedersi quale messaggio cifrato nasconda.

Il mio sforzo è stato dimostrare che quella che sembra una parabola è in realtà un'allegoria: quella che sembra una semplice marachella al lettore/ascoltatore che non ha mai comprato nulla di più costoso di un paio di scarpe è una cosa che nessun acquirente di immobili tenterebbe mai.

E le allegorie, specialmente se alludono a situazioni tipiche della chiesa primitiva anziché personali di Gesù, sono la specialità dei redattori.

Si tratta però di un'allegoria assai ben congegnata, visto che la coerenza dell'interpretazione che propongo (i poveri discepoli di Gesù sono il tesoro nascosto nell'angolo del campo in cui si sfamano, e quel tesoro è il Regno dei Cieli) con il nocciolo del messaggio di Gesù dato dalle Beatitudini è notevolissima.

Raffaele Yona Ladu

sabato 15 marzo 2014

Tra limmud e studium

Ho cominciato (era ora!) a leggermi i Quaderni del Carcere di Gramsci, in cui (Q. 1, $ <92>, p67) si riporta un articolo di Eugenio Giovannetti, in cui è scritto che in latino "studium" significa propriamente "punta viva".

Se questo è vero (non posso controllare), "studium" traduce perfettamente l'ebraico "limmud", letteralmente "pungolo".

mercoledì 5 marzo 2014

Il limite dell'identità ebraica

[1] Italy’s Only Female Rabbi Digs Up the Country’s Hidden Jewish Roots

[2] The Torah’s Instructions to Non-Jews—The Laws of Bnei Noach

L'articolo [1] è molto interessante, ma ci sono due cose da dire: la prima è che mi tocca concordare con chi ha osservato che, sebbene non manchino certo nell'Italia meridionale discendenti degli "anusim" (= "costretti", ovvero ebrei che si convertirono [falsamente] al cristianesimo cattolico per non patire l'esilio), stimare che siano fino al 50% della popolazione dell'Italia meridionale non ha molto senso.

La seconda è l'osservazione che rav Barbara Aiello perse il posto in Italia per aver celebrato dei matrimoni interreligiosi, ad onta del divieto impostole dalla congregazione che l'aveva assunta, divieto che le congregazioni ebraiche riformate americane si guardano bene dall'imporre.

Ci ho pensato un pochino e mi sono detto che qui non siamo semplicemente di fronte al divieto della Torah, riaffermato da Esdra e Neemia, per un* ebre* di sposare un* non ebre*: ci sono molte coppie miste in tutto il mondo, e, sebbene questa non sia considerata la situazione ideale (molti, anche tra i riformati, ritengono che chi ha sposato un* non ebre* non può fare il/la rabbin*, e le comunità ortodosse escludono dagli incarichi di vertice chi si trova in questa situazione), non perché nasce una coppia mista un* rabbin* perde il posto. 

Celebrare un matrimonio (od un rito) interreligioso significa che tutte le comunità coinvolte si riconoscono a vicenda e riconoscono le rispettive fedi come mezzi acconci ("upaya", per usare la terminologia buddhista) per entrare in rapporto con il divino (comunque definito) - un riconoscimento che chi ha licenziato Barbara Aiello non voleva concedere.

[2] fa pensare che in questo ci siano ragioni dottrinali molto più profonde del risentimento per l'antisemitismo cattolico (per nulla scomparso, purtroppo), ma mi pare comunque un errore molto grave.

Raffaele Ladu

lunedì 25 novembre 2013

Una polemica interreligiosa fatta con stile

[1] http://queercrystal.blogspot.it/2009/04/il-programma-di-hillel-ed-aqiva.html

"Chi si loda si imbroda", si dice, ma, visto che per i cristiani è inevitabile confrontarsi con gli ebrei, e rimarcare le differenze tra i primi ed i secondi, ho pensato di citare il mio vecchio post [1] come esempio di polemica fatta con stile.

In [1] volevo semplicemente spiegare perché l'halakhah, la legge religiosa ebraica, pur assomigliando alla filosofia morale, non si può confondere con essa. Poiché voglio che il mio comportamento sia determinato da una legge razionale, anziché rivelata, questo equivaleva ad un commiato amichevole dall'ebraismo.

Però, non sentivo il bisogno di trasformare il mio distacco dall'ebraismo in astio, ed ho cercato anzi di mostrare che l'halakhah ha molti più pregi di quelli che la maggior parte dei non ebrei è disposta a riconoscerle, pregi che anche un filosofo morale può apprezzare.

Non è altrettanto facile per chi professa una religione come quella cristiana dichiarare: "L'ebraismo è una buona religione, ma ci sono dei validi motivi perché io non la professi", anche perché dir questo impone di studiare l'ebraismo andando oltre gli stereotipi, e capire bene perché si vuole prendere le distanze da esso.

Nel caso cristiano, il grosso problema è l'"eredità contesa", ovvero, chi è il degno continuatore del medio giudaismo? L'ebraismo rabbinico od il cristianesimo? Finché si ha questo atteggiamento, alimentato ahinoi dal Nuovo Testamento e da alcuni testi ebraici non privi di vis polemica, non si riesce ad avere la serenità di chi serve Dio a suo modo ed ammette volentieri che altri in buona fede vogliano farlo in modo diverso.

Inoltre, un buon consiglio che ci si rifiuta spesso di seguire è il tenere ben separato il piano delle idee (in cui una polemica ben condotta può diventare dialettica chiarificatrice) da quello delle identità, che spesso diventano il pretesto per radunare un gruppo di persone da insultare, discriminare, e colpire, se non addirittura sopprimere.

In [1] ho evitato di attribuire a chi si attiene all'halakhah caratteristiche negative, anzi, ho voluto mostrare quanto raffinati siano i suoi modi di pensare, anche se non li condivido appieno. Spero che altri imitino il mio esempio.

Raffaele Ladu

giovedì 21 novembre 2013

Illuminare il sabato: lampada alogena o a LED?

Gli ebrei osservanti che eventualmente leggessero questo post diranno certamente: "Grazie, sono cose che sappiamo benissimo"; poiché però ci sono certamente parenti, amici e conoscenti che vogliono essere loro utili, ma queste cose non le sanno, ho ritenuto opportuno scrivere questo post.

Di sabato (cioè dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato, più una fascia di rispetto prima e dopo la cui ampiezza varia da comunità a comunità) un ebreo osservante si guarda bene dall'azionare un interruttore elettrico; le motivazioni di questa proibizione variano a seconda dell'apparecchio elettrico azionato, ed a me interessa il caso della lampada elettrica.

La prima lampada elettrica era ad incandescenza: prima si usava un filo di carbone sotto vuoto, poi di metallo (una lega di tungsteno); poiché questo filamento viene riscaldato dalla corrente che ci passa fino a produrre luce, accendere una lampada di questo tipo di sabato viola il comandamento biblico di accendere un fuoco, e spegnere questa lampada viola l'altrettanto biblico comandamento di spegnerlo intenzionalmente.

Le proibizioni bibliche vanno osservate severamente: soltanto il rischio concreto per una vita umana autorizzerebbe a violarle - quindi una lampada ad incandescenza un ebreo si augura di non doverla mai usare di sabato.

Per questo nelle case degli ebrei osservanti le lampade elettriche di sabato vengono gestite da un timer: se viene programmato prima di sabato, il suo uso è pienamente lecito.

Le lampade alogene sono delle lampade ad incandescenza migliorate: un'atmosfera di iodio circonda il filamento, consentendo di scaldarlo a temperatura maggiore senza diminuirne la durata, ed aumentando il rendimento luminoso - purtroppo, è sempre il calore a produrre luce, e questo vieta l'uso anche di queste lampade di sabato.

L'UE ha vietato la vendita delle lampade ad incandescenza, a causa del loro basso rendimento luminoso, e consente solo la vendita di lampade alogene, fluorescenti ed a LED.

Una lampada fluorescente usa calore solo al momento dell'accensione, per innescare la scarica elettrica in un gas; questa scarica produce luce visibile e raggi ultravioletti - che vengono convertiti in luce visibile dal rivestimento interno del tubo di vetro.

L'uso del calore è molto limitato, ma non attenua la proibizione; invece le lampade a LED, non solo hanno il miglior rendimento luminoso, ma poiché non usano mai calore per convertire l'energia elettrica in energia luminosa, non fanno incorrere nella proibizione biblica di accendere o spegnere un fuoco di sabato.

Si incorre invece in una proibizione rabbinica: non creare nulla di nuovo (chiudendo un circuito elettrico, per esempio, mentre si accende la lampadina) e non distruggere nulla (aprendo il circuito al momento di spegnerla).

Per fortuna, è più facile trovare una scappatoia per disattendere una proibizione rabbinica - per esempio, perché osservare un divieto rabbinico rende difficile od impossibile osservare un precetto biblico - e quindi le lampade a LED sono le favorite dagli ebrei per motivi che vanno oltre il loro elevato rendimento luminoso.

Ovviamente, questo post è soltanto un accenno ad un problema halachico molto serio - serve solo ad avvertire che avere in casa delle lampade a LED non fa solo risparmiare sulla bolletta, ma rende la vita molto più facile ad eventuali amici ed ospiti ebrei.

Anche gli amministratori pubblici dovrebbero tenerne conto: in molte città i semafori pedonali diventano verdi soltanto se i pedoni premono un pulsante; se il pedone è un ebreo osservante, ed il semaforo usa lampade ad incandescenza, il pedone in questione di sabato non può attraversare la strada senza rischiare la pelle.

Passare alle lampade a LED in questo caso non salva solo le casse comunali.

Raffaele Ladu

giovedì 14 novembre 2013

L'imperfetto convenzionale, alias antigiudaico

Don Alberto Maggi scrive spesso cose interessanti, ma cade anche lui in un difetto comune a molti teologi cattolici: l'abuso dell'imperfetto.

Parlando del racconto che il Vangelo secondo Luca fa della vicenda di Zaccaria ed Elisabetta, genitori di Giovanni Battista, commenta il passo "... ed osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore” [Luca 1:6, Traduzione CEI] in questo modo:
Rispettavano non solo le leggi, i comandamenti, i precetti, ma anche quelle 613 prescrizioni che costellavano tutta la giornata e la vita dell’individuo: da quando uno si alzava a quando uno andava a dormire.
La frase "quelle 613 prescrizioni che costellavano ..." è un doppio anacronismo.

Anacronismo da una parte perché gli ebrei continuano a classificare i comandamenti divini in 613 precetti, quindi il tempo imperfetto ("costellavano"), che indica un'azione durata a lungo ma ora conclusa, non è grammaticalmente corretto - gli ebrei esistono ancora e, testimone San Paolo, vivranno fino alla fine dei tempi.

Ma anacronismo lo è anche per un altro motivo: 613 è un numero perfetto di cui si sono date diverse interpretazioni - secondo la più antica, la gematria della parola "Torah" è 611, ed aggiungendo le prime due parole del Decalogo, comunicate direttamente da Dio ad Israele, senza la mediazione di Mosé come invece le altre otto, si arriva a 613.

La prima attestazione del numero 613 applicato ai precetti si trova nel Talmud, Makkot, 23b, che l'attribuisce a rav Simlai, vissuto in Eretz Yisrael/Filastin nel 3° Secolo Dopo Cristo, e che polemizzò con Origene (184/185-253/254) sulla Trinità. Non c'è prova che questo numero fosse stato già calcolato all'epoca di Gesù, anzi, di Zaccaria ed Elisabetta.

Inoltre, cosa curiosa è che, fino all'epoca di Maimonide (1135-1204), ogni elenco dei precetti ne elencava sì 613, ma ogni autore aveva la sua lista personale (la prima del genere è stata quella di Saadia Gaon [882/892 - 942]).

Fu Maimonide a standardizzare la lista con la propria autorevolezza (ma non convinse tutti - come ad esempio Nachmanide [1194-1270]), ed a dare la più bella delle interpretazioni: 613 è la somma di 365 precetti negativi (uno per ogni giorno dell'anno solare) e 248 precetti positivi (uno per ogni osso ed organo del corpo, secondo la medicina rabbinica).

Quindi dire che Zaccaria ed Elisabetta osservavano "quelle 613 prescrizioni" mi pare temerario: non sappiamo se il numero 613 fosse già stato calcolato, ed a quale lista di precetti eventualmente corrispondesse. Semmai, il Vangelo di Luca testimonia che il processo di "liofilizzazione" della religione ebraica in una lista di "mitzwot = precetti" era già in corso quando venne scritto.

Però questo anacronismo è significativo perché mostra un atteggiamento comune tra i cattolici: l'ebraismo non ha dimensione storica.

O viene presentato come un'esperienza già conclusa (anacronismo del primo tipo), oppure come un'entelechia, in cui non ha importanza accertare quando e perché ha assunto una certa caratteristica (anacronismo del secondo tipo), perché tutte ne esprimono comunque l'essenza - che l'ebraismo, come qualsiasi altra cultura vivente, entri in rapporto con le culture circostanti e le influenzi, o ne subisca l'influenza, a queste persone non viene proprio in mente.

Un giorno o l'altro scriverò una grammatica italiana in cui si parlerà di quello che vorrei chiamare "imperfetto convenzionale od antigiudaico", con cui l'autore descrive una caratteristica a lui sgradita della religione ebraica, ma senza accertarsi che il tempo imperfetto, delle azioni passate durature, magari iniziate prima di un'altra azione passata che fa da riferimento, ma sicuramente compiute nel tempo presente, sia adatto a ciò che descrive.

Se non si riesce ad impedire agli autori di abusare dell'imperfetto, si mettano perlomeno i lettori sull'avviso!

Le polemiche tra religioni sono lecite, chi ne pratica una la ritiene sicuramente migliore della concorrenza ed ha il diritto di dirlo e motivarlo - ma vanno fatte con stile.

Commettere anacronismi non vuol dire avere stile, ma fare autogol.

Raffaele Ladu

domenica 3 novembre 2013

Cristiani per il socialismo (degli imbecilli)

Sono tornato oggi dal Convegno Nazionale delle Comunità Cristiane di Base italiane, tenutosi a Castel San Pietro Terme (Bologna) tra il 1 ed il 3 Novembre 2013.

È stata una magnifica esperienza, su cui magari tornerò per evidenziare gli aspetti positivi; purtroppo ora desidero evidenziare un aspetto negativo, piccolo nell'economia generale del convegno, ma non per questo meno spiacevole: l'antisemitismo nel mondo cristiano non è affatto scomparso.

Se ne è lamentato Dom Giovanni Franzoni, che citando diverse fonti rabbiniche su Gesù ha detto che l'ignorare ciò che gli ebrei hanno da dire è una forma di antisemitismo di cui noi non ci siamo ancora sbarazzati; io mi lamento di una persona che ha detto che Israele sta facendo ai palestinesi l'equivalente morale di quello che Hitler faceva agli ebrei, cioè un genocidio del popolo palestinese.

Credo di capire da dove vengono queste considerazioni: la Comunità di Base di San Paolo a Roma attiva un "Soccorso Sociale per il popolo palestinese", attività in sé assai meritoria perché non si può negare che i palestinesi vivano in una situazione di grave disagio ed abbiano bisogno di aiuto; purtroppo ci sono persone che, molto solerti nello spegnere gli entusiasmi utopistici delle donne che rimpiangono le società matrifocali, prendono invece per oro colato tutto il male che sentono dire sugli israeliani.

La prima cosa da dire è che genocidio è una parola grossa, che definisce un grave reato, e come tutti i reati ha una definizione tassativa che qui riporto (da Wikipedia):
« Uno dei seguenti atti effettuato con l'intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale: 
  • Uccidere membri del gruppo; 
  • Causare seri danni fisici o mentali a membri del gruppo; 
  • Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di portare alla sua distruzione fisica totale o parziale; 
  • Imporre misure tese a prevenire le nascite all'interno del gruppo; 
  • Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo. »
Quello che fa Israele ai palestinesi è grave, ma non risponde alla definizione data. Accusare Israele di genocidio serve soltanto a dare ai suoi propagandisti il pretesto per dire che chi critica Israele è disinformato nel migliore dei casi, in malafede nel peggiore.

Una critica veramente incisiva ad Israele deve dire solo questo: Israele vuole la Cisgiordania, ma non i suoi abitanti, e soprattutto non vuole che questi abitanti abbiano il diritto di voto in Israele, perché presto determinerebbero il destino non solo loro ma anche degli ebrei israeliani ridotti ad una minoranza.

Per evitare che questo accada, da una parte si continua a mantenere la Cisgiordania in un regime di occupazione, senza dare ai palestinesi né l'indipendenza né la cittadinanza, dall'altra se ne saccheggiano le risorse e si tengono i palestinesi in condizione di povertà (Moshe Dayan parlava apertamente di "vita da cani"), nella speranza che essi abbandonino infine la loro terra.

Privare dei diritti politici una popolazione intera (e fare dei suoi diritti civili una farsa) per indurla all'esodo è una cosa molto grave, documentata da decenni da qualsiasi organismo internazionale degno del nome, e di cui alcuni politici israeliani menano pure vanto.

Sarebbe più che sufficiente per criticare ferocemente Israele; ma ci sono persone che non si accontentano di questo, e nuocciono alla loro causa ed all'opinione che si può avere della loro intelligenza.

Infatti tutti dovrebbero sapere che Adolph Hitler non basava il suo antisemitismo soltanto su una teoria razziale, ma anche sul ritenere gli ebrei nemici giurati della Germania - lui presentava la sua politica antiebraica come la necessità di uccidere il nemico in agguato che, a suo dire, aveva già pugnalato alle spalle la Germania nel 1918 e, sempre a suo dire, aveva provocato la Seconda Guerra Mondiale, ed in quella guerra usava gli Alleati come utili idioti contro la Germania.

Dire che gli israeliani (ebrei) si comportano con i palestinesi in modo moralmente equivalente a quello di Hitler con gli ebrei significa avere degli ebrei la stessa opinione di Adolph Hitler: ovvero degli esseri essenzialmente malvagi da sterminare per non esserne vittime.

Le uniche persone che possono avere interesse a diffondere quest'opinione sono gli ammiratori del Gran Muftì Hajj Amin Al-Husayni (189?-1974); riassumendo quello che ne dice il Museo Americano dell'Olocausto, questi fu nominato dalle autorità britanniche Gran Muftì [ovvero l'autorità islamica suprema nel territorio] della Palestina mandataria nel 1921 - e tale rimase fino al 1937, quando fuggì per non essere arrestato.

L'obbiettivo del Gran Muftì era quello di creare un'entità politica panaraba di cui diventare la guida spirituale, ed abrogare i trattati internazionali che stabilivano un "Focolare Ebraico" in Palestina.

Non è che il Corano sia generoso con gli ebrei, ma l'antisemitismo del Gran Muftì andava oltre quello che l'islam autorizza, ed egli si trovò a collaborare con la Germania nazista e l'Italia fascista già dal 1933, in quanto percepiva i due paesi come nemici della Gran Bretagna e potenziali alleati del mondo arabo.

Semplificando una storia complicata, si può dire che tentò sempre di ottenere aiuto militare per un'insurrezione panaraba, aiuto che non ebbe mai, anche perché la Germania non voleva ostacolare le ambizioni coloniali dell'Italia, che uno stato panarabo indipendente avrebbe certamente frustrato.

Giunto in Italia nel 1941, dopo essere stato un membro chiave del governo dell'Iraq nato da un colpo di stato e che si era schierato con la Germania nazista (e per questo gli inglesi avevano invaso il paese ed abbattuto quel governo), cominciò ad aiutare quelli che prima vedeva come alleati ed ora erano diventati i suoi padroni, con delle trasmissioni da Radio Berlino in cui dichiarava la guerra santa contro gli inglesi, istigava i mussulmani che potevano farlo ad arruolarsi nelle file  naziste (e furono infatti reclutate in Jugoslavia delle divisioni di SS mussulmane), mostrando un antisemitismo direttamente ispirato dalla propaganda nazista (vedete qui alcuni dettagli) e, secondo Bernard Lewis, pure conoscenza di prima mano dell'Olocausto nel suo svolgersi.

Tra le cose più spiacevoli che vengono attribuite al Gran Muftì c'è anche l'aver tentato di sabotare le trattative che la Germania nazista aveva intavolato con gli alleati nel 1943 attraverso la Croce Rossa per salvare dei bambini ebrei mandandoli in Palestina; la proposta alternativa del Gran Muftì era di mandare i bambini in Polonia per "tenerli sotto stretto controllo", e viene il sospetto che quella frase fosse un eufemismo paragonabile al "Sonderbehandlung = trattamento speciale" con cui i nazisti definivano lo sterminio degli ebrei.

Le trattative non ebbero alcun successo, e non per colpa del Gran Muftì; è interessante però notare che Israele non vieta a molte ONG di aiutare i bambini palestinesi (pur ostacolandone spesso l'opera), sia dentro che fuori dei territori che controlla; il Gran Muftì non ebbe la stessa misericordia.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il Gran Muftì divenne un attivista della causa palestinese, non cessando però di invocare la distruzione di Israele e di essere un feroce antisemita, fino alla morte.

Io penso che i palestinesi abbiano diritto al loro stato indipendentemente dalle malefatte del Gran Muftì, allo stesso modo in cui le malefatte di Hitler e Mussolini non hanno privato l'Italia della sua indipendenza e la Germania della possibilità di riunificarsi infine (ed Israele fa cose meno gravi di quelle che abbiamo fatto noi a libici, etiopici ed jugoslavi).

Però, se non si rigetta il Gran Muftì come in Italia e Germania si sono rigettati Mussolini ed Hitler, e come le chiese cristiane hanno rigettato la copertura teo/ideologica dell'apartheid che hanno dato alcune consorelle riformate sudafricane (ed alcuni ebrei stanno cominciando a chiedere ragione dell'appoggio, pratico ma non teorico, che all'apartheid diedero le loro istituzioni comunitarie nel paese; per quanto riguarda il sostegno militare israeliano al regime sudafricano, non è un segreto per nessuno che Israele purtroppo vende armi a chiunque paghi, per timore di non poter mantenere altrimenti un'industria bellica all'altezza di un paese che si trova a dominare il passaggio terrestre tra Asia ed Africa ed incombe sul Canale di Suez - non è una bella cosa, ma non indica una particolare contiguità ideologica con il razzismo sudafricano), e non ci si rende conto che gli argomenti simil-nazisti servono soltanto a nuocere alla causa palestinese, non si fa un passo avanti.

E non si deve essere essere tanto ingenui da non sapere che la lotta anticoloniale (Israele è dal 1967 una potenza coloniale), pur necessaria, non è a prova di infiltrazione nazifascista. Lo hanno dimostrato coloro che instaurarono il regime iraqeno a cui ho accennato prima, la diffusione da best seller che hanno nel mondo arabo i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, iniziata dai nazisti, proseguita dai sovietici, e mai più interrotta, e gli intellettuali e politici filofascisti come il Gran Muftì in Palestina (nonché Avraham Stern nella Palestina mandataria, e Chandra Bose in India, tanto per citare altri infami) che hanno avuto modo di inquinare quella lotta.

È quindi perfettamente possibile trovare arabi e palestinesi che hanno assimilato idee naziste allo stesso modo in cui le hanno assimilate degli italiani; il provenire da paesi extraeuropei non garantisce il non essere stati esposti al virus nazista - garantisce semmai che in quei paesi non si trovino le cure (solo discretamente) efficaci che si trovano in Europa. Quindi ... la stessa vigilanza che si adopera in Italia contro pericolose deviazioni di movimenti politici in sé promettenti va usata anche verso le formazioni politiche extraeuropee.

Molti esponenti delle Comunità di Base diedero vita ai Cristiani per il Socialismo; si trattava di una formazione meritoria, ma già alla fine dell''800 il democratico Ferdinand Kronawetter, il socialdemocratico August Ferdinand Bebel ed il comunista Vladimir Il'ic Lenin concordarono che "l'antisemitismo è il socialismo degli imbecilli". Sembra che non tutti lo abbiano imparato.

Raffaele Ladu

mercoledì 4 settembre 2013

L'essenzialista dal volto umano

[0] "I bisessuali domineranno l'umanità". Il futuro secondo Umberto Veronesi

Un amico mi ha segnalato l'articolo [0] di Umberto Veronesi ritenendolo utile alla causa bisessuale; io non ne sono convinto, e vi spiego perché.

Citiamo questo brano:
"Più un uomo si avvicina a ruoli che non richiedono particolare mascolinità, come avveniva nell'antichità, tipo cacciare,  uccidere, combattere altri uomini, faticare per procurarsi il cibo, meno la sua ipofisi riceverà stimoli dall'ipotalamo e, giorno dopo giorno, i testicoli rallenteranno la loro funzionalità. Lo stesso discorso vale per la donna, costretta invece a sviluppare aggressività per imporsi socialmente, fare carriera, comandare persone, assumersi responsabilità; per cui l'ovaio tende a ridurre la produzione di estrogeni, su istruzione dell'ipotalamo. Il risultato è che le differenze di genere si attenuano e si attenua di conseguenza l'attrazione reciproca, che in natura avviene sempre fra poli opposti".
e poi questo:
"E' inevitabile che la sessualità si evolva per aprirsi sempre più alla omosessualità e alla bisessualità, che del resto non sono fenomeni di quest'epoca;  basta pensare alla civiltà greca, che non ha mai stigmatizzato omosessualità e bisessualità come deviazioni. Va sottolineato che le gonadi acquisiscono le caratteristiche maschili o femminili solo intorno al secondo mese di vita intrauterina e una traccia di bisessualità biologicamente esiste in ognuno di noi. Le attuali condizioni sociali stanno facendo emergere con sempre maggiore evidenza questo aspetto; è ragionevole pensare che il trend continuerà stabilmente nel futuro, salvo grandi rivoluzioni socio-demografiche. E' un'evoluzione in corso che sfocerà in una nuova e più ampia sessualità, senza una data di inizio e una di fine". 
Il punto di partenza di Veronesi è la naturalizzazione della sessualità, anzi, l'eteronormatività, in quanto sostiene che:
(...)  le differenze di genere si attenuano e si attenua di conseguenza l'attrazione reciproca, che in natura avviene sempre fra poli opposti.
L'omosessualità non gode del medesimo status dell'eterosessualità nel discorso di Veronesi, in quanto non è un'attrazione "naturale" tra "poli opposti".

Più ambiguo è lo status della bisessualità nel discorso: si parte dal principio che ogni persona viene generata bisessuale ed una parte di bisessualità residua in ogni persona - e se "si attenua (...) l'attrazione reciproca", essa può riemergere ed influenzare il comportamento.

La bisessualità quindi è una forma di immaturità, giudizio in parte condiviso dall'omosessualità nel discorso di Veronesi - perché la piena maturità si ha quando corpi, generi e desideri sono polarmente opposti.

L'operazione di Veronesi, cioè legare desideri ed identità di genere al corpo, è evidente anche nel suo mettere insieme bisessualità, intersessualità e transessualità.

La bisessualità psichica ed il transgenderismo/transessualità sono spesso intrecciati, ma non si è ancora provato che hanno una comune origine in un particolare assetto psicofisiologico - del resto, il DSM-V ammette che la persona che soffre di "disforia di genere" può avere qualsiasi orientamento sessuale, e non è detto che sia bisessuale. Qui l'aggancio tra le due condizioni non funziona.

Per quanto riguarda transessualità ed intersessualità, sarebbe più facile agganciarle, perché, secondo diversi studi, chi soffre di "disforia di genere" avrebbe una struttura cerebrale più adatta al sesso verso il quale vuole migrare che a quello assegnatogli alla nascita (e, guarda caso, è stata eliminata dal DSM-V l'incompatibilità che prima esisteva tra una condizione di intersessualità e la diagnosi di "disforia di genere"), ma vorrei saperne di più prima di dire che sono due facce della stessa medaglia.

Veronesi lo considero un "essenzialista dal volto umano" perché, al contrario di quelli "con la faccia feroce", riconosce che il genere è socialmente costruito - ma questo solo perché, pur rintracciando nel corpo l'essenza della persona, riconosce che quest'essenza è aperta alle influenze sociali grazie al circuito ipotalamo-ipofisi.

La persona ha un sesso corporeo, ma questo sesso non è immutabile, ed ha un'elasticità paragonabile a quella del genere sociale - questo rende la matrice eterosessuale in Veronesi meno rigida, ma le fa conservare comunque la coerenza tra corpo, genere, desiderio.

Veronesi ha l'accortezza di misurare le persone non in base ad una  norma astratta ("Maschio e femmina [Dio] li creò", Genesi 1:27) ma in base alle esigenze sociali di un momento storico (mediate dal circuito ipotalamo-ipofisi), e così può rifiutarsi di trasformare un giudizio medico-legale (l'omosessualità meno naturale dell'eterosessualità e la bisessualità come forma di regressione) in un giudizio morale.

Ma non abbatte le basi dell'eterosessismo, anche se non trova nulla di sbagliato nel voler cambiare sesso.

Raffaele Ladu

mercoledì 15 maggio 2013

Multiparodia


Il 22 giugno 2013, al Palermo Pride, Rosario Crocetta celebra il matrimonio simbolico tra Franco Franchinstain, Ordinario di Ostetricia e Ginecologia all’Università di Palermo, ed il nobile rumeno Dracuciccio Ingrassia, Ordinario di Medicina Legale alla medesima università.

“Quando e dove vi siete conosciuti?”, chiedono i giornalisti.

“Nel 1944 a Praga,” risponde Dracuciccio, e Franchinstain aggiunge: “Avevo già trentott’anni, ma mi sono innamorato come un ragazzino.”

“Lei ha 105 anni?!? Non ne dimostra più di 45!”, risponde sbalordito un cronista, ed i due cominciano a narrare la loro vita.

Franco Franchinstain si era laureato in Medicina e Chirurgia nel 1933 a Palermo, e specializzato in Ostetricia e Ginecologia nel 1937. Tutti predicevano che avrebbe avuto un radioso avvenire, perché le donne provavano per lui una grande fiducia scevra da tensione erotica – l’ideale per un medico a cui affidare i propri segreti più intimi.

Ma Franchinstain voleva diventare professore, e vinse il concorso a cattedre all’Università di Scholomance, presso Sibiu in Romania. Si trattava dell’università del demonio, dedita a ricerche segrete, e quella di Franchinstain era creare una vita artificiale.

Come spiegò in un articolo di cui sopravvivono solo poche copie delle 500 originarie, perché stampato su carta che si autodistrugge dopo la lettura, lui non apprezzava che ai pochi minuti che bastavano ad un maschio per creare una vita le donne aggiungessero nove mesi – bisognava accelerare il processo o sostituirlo integralmente.

A Scholomance Franchinstain venne a sapere che nel 16° secolo un certo Maharal di Praga era arrivato molto vicino all’obbiettivo creando un mostro d’argilla chiamato Golem.

Muoversi da Sibiu a Praga durante la Seconda Guerra Mondiale non era facile, ma Franchinstain sapeva come corrompere le SS (non c’è omofobo peggiore di chi non vuole ammettere di essere una checca persa), e riuscì a raggiungere l’Altneu-Synagoge ed a trovare il Golem nascosto nella sua Genizah, il deposito delle vecchie carte.

Come portarlo via sotto il naso dei nazisti? Il caso volle che quella notte fosse morto il rabbino capo di Praga, e la tradizione vuole che un alto dignitario venga sepolto insieme con le carte della Genizah – quindi avrebbero portato una bara nella sinagoga per riempirla di carte, e con un po’ di fortuna Franchinstain sarebbe riuscito a farci stare dentro anche il Golem.

Ed il corpo del rabbino capo? Franchinstain si era già dimostrato capace di animare dei corpi assemblati con parti di cadavere – rianimare un defunto sarebbe stato molto più semplice del convincerlo a nascondersi non solo dai nazisti ma anche dai familiari fino a sepoltura avvenuta.

Il defunto era Dracuciccio Ingrassia, di una famiglia di nobili rumeni convertitasi all’ebraismo, che aveva studiato non solo materie rabbiniche in una yeshivah, ma anche Legge all’Università di Scholomance – l’unica in Romania che allora accettasse studenti ebrei.

Rianimarlo fu facile, ma ne fece un “non morto”, con un tremendo problema di coscienza: come fa un vampiro a vivere succhiando sangue, cosa vietata dalla religione ebraica?

“Potresti succhiare un’altra cosa,” osservò Franchinstain, “che però è severissimamente vietata, mentre il sangue in caso di emergenza si può mangiare.”

Dracuciccio era vedovo, non si era risposato perché aveva il medesimo orientamento sessuale di Franchinstain, rise della battuta, e trovò il cavillo che gli consentì di nutrirsi di quello che gli era stato appena proposto – dando così inizio ad una bella relazione.

Quando vennero i parenti di Dracuciccio e tutta la comunità ebraica a vegliare il corpo, ebbero la sorpresa di trovare lui vivo che ringraziava pubblicamente Franchinstain per aver diagnosticato la morte apparente che aveva invece gabbato i migliori medici di Praga.

“E della bara che facciamo, rabbino?”, chiese il Presidente della Comunità, e Dracuciccio gli rispose: “Approfittiamo dell’occasione per liberare la Genizah dalle cartacce. Seppellitela.”

Così il Golem fu sepolto, e Dracicuccio propose a Franchinstain di rimanere a Praga come medico della comunità – ricordandogli che ai medici ebrei era proibito avere pazienti ariani, ma non il contrario.

Franchinstain non voleva rischiare di perdere la cattedra, ma mantenere in vita Dracuciccio con regolari somministrazioni di … era più importante, per cui acconsentì; la fama di Franchinstain attirò l’attenzione del dottor Mengele, ma Franchinstain ebbe il buon senso di non rendersi suo complice.

Finita la guerra, sarebbe stato possibile sia disseppellire il Golem, che tornare all’Università di Scholomance – tantopiù che si era liberata una cattedra di Medicina Legale e delle Assicurazioni, che Dracuciccio avrebbe potuto vincere facilmente.

Ma arrivò il comunismo, che in Romania chiuse l’Università di Scholomance, costringendo Franchinstain e Dracuciccio a cercare un altro lavoro, ed in Cecoslovacchia rese molto difficile a tutti l’espatrio.

Una scappatoia c’era: Stalin aveva ordinato ai cecoslovacchi di fornire armi agli israeliani che combattevano gli eserciti arabi che avevano invaso la Palestina mandataria, ed il modo più usato per contrabbandarle era chiuderle in una bara da mandare all’aeroporto di Lod (quello che ora si chiama Ben Gurion) con documenti falsi.

Franchinstain voleva studiare il Golem, ma Dracuciccio argomentò che, ora che era stato finalmente ritrovato l’incantesimo per ridestarlo, conveniva mandarlo in Israele ad aiutare chi coraggiosamente combatteva per l’indipendenza – bastava mettere la sua bara in mezzo a quelle con le armi, e laggiù avrebbero fatto il resto.

Franchinstain acconsentì, ma voleva tornare a Palermo con quello che era diventato il compagno della sua vita, e Dracuciccio ammise che era un serio problema, visto che gli avevano levato il passaporto.

Una sera morì una cameriera siciliana a Praga e, visto che somigliava molto a Franchinstain, lui fece credere alle autorità cecoslovacche che fosse sua zia, e che voleva essere lui a portarla a Palermo dentro la bara.

Tutto sarebbe andato bene, se a Palermo il prete che celebrava il funerale non si fosse messo a recitare il “De Profundis”, cioè il Salmo 129/130; pur recitato in latino anziché in ebraico, era comunque quello che mancava all’incantesimo per ridestare il Golem, che era finito nella tomba diretta a Palermo, e che avrebbe dovuto invece contenere Dracuciccio.

Quello che non fecero i bombardamenti americani a Palermo lo fece quella sera il Golem, prima che Franchinstain riuscisse ad arrampicarsi sulla sua schiena e raggiungere la fronte su cui era scritta la parola ebraica “Emèt = Verità”, per cancellarne una lettera trasformandola in “Mèt = Morto”, ed immobilizzare così il Golem.

Dracuciccio era invece finito in Israele, e si trovò in prima linea a combattere contro gli arabi; fu perfino tra coloro che tentarono di espugnare la città antica di Gerusalemme facendo esplodere una bomba contro le mura – ma una bomba va seppellita, non semplicemente poggiata ad un edificio se lo si vuol far crollare, ed il tentativo fallì.

A Dracuciccio fu offerta una sinagoga a Tel Aviv, ma lui non poteva vivere a lungo lontano da Franchinstain (specialmente se voleva rimanergli fedele), e non appena possibile tornò a Palermo.

L’unico cruccio che rimaneva ai due era quello di trovare una moglie al Golem, e Franchinstain la creò – i pochi che l’hanno potuta vedere dicono che somiglia a Maria Grazia Cucinotta.

FINE

martedì 12 marzo 2013

Storia d'amore tra due bicchieri

Magnifica invenzione la lavastoviglie: metti dentro due bicchieri d’oro bianco, e ne ritrovi poi quattro; se guardi bene e vedi che quelli che hai messo dentro sono due bicchierini da ristorante cinese, con sul fondo le immagini di un uomo e di una donna nudi, e gli altri due che tiri fuori hanno sul fondo i faccini di due bebè, allora ti rendi conto di non aver contato male.

Fai la controprova usando il programma rapido anziché quello standard (perché hai fretta e non puoi aspettare tre ore), e vedi che i due bicchieri in più hanno le foto di due prematuri nell’incubatrice; guardi meglio e scopri che, mentre i bicchieri con le immagini di persone adulte sono decorati con sei brillanti intorno alla base,  e quelli con le immagini di neonati con qualcosa che assomiglia molto loro, i bicchieri con le immagini di prematuri hanno invece qualcosa che assomiglia alle punte di una matita.

Il sospetto merita immediata verifica, ed un gioielliere conferma: tutti i bicchieri sono di oro bianco; ma solo quelli con le immagini di adulti e neonati sono decorati da diamanti, da 2 carati l’uno, mentre gli altri hanno invece dei pezzi di grafite.

“Il diamante nasce quando la grafite viene sottoposta nel mantello della Terra a pressioni e temperature che non puoi immaginare; ed infatti sono proprio i bicchieri con le immagini di bimbi prematuri quelli decorati con diamanti immaturi,” spiega il gioielliere, che aggiunge, “Sembra che la tua lavastoviglie sia capace di produrre eccellenti diamanti sintetici ad una frazione del costo industriale. Congratulazioni!”

“E’ una normale lavastoviglie. I primi due bicchieri li ho comprati ad un’asta, e li ho pagati tanto per il valore dell’oro e dei diamanti, nonché per l’antichità delle immagini – non però per la loro capacità di riprodursi, probabilmente ignota ai precedenti proprietari. Bisognerà capire come e quando è insorta.”

***

Tutto cominciò nel 1687, quando il tremendo imperatore mogul Aurangezeb assediò la città indiana di Golconda, il cui re Abul Hasan Qutb Shah aveva smesso di onorare il tributo annuo.

Se la dinastia Qutb Shahi era di grande cultura e tolleranza religiosa, Aurangezeb si era fatto la fama di intollerante distruttore di templi, ed un bramino decise di salvare i libri più importanti scrivendo sul margine bianco di ogni pagina il Nome Ineffabile di Dio in ebraico, ed affidandoli ad un ebreo.

Questi, disgustato dal contenuto idolatrico delle opere, fece quello che prescriveva la sua religione: li seppellì, perché fosse la forza degli elementi a dissolvere il nome divino – nessun uomo era autorizzato a distruggerlo.

Il bramino ci contava, e sperava, dopo la fine delle ostilità, di riuscire a disseppellire i libri; ma egli morì nell’assedio, che terminò dopo otto mesi per il tradimento di uno dei difensori, che aprì una delle porte della città al nemico.

I libri perciò rimasero sepolti per tre secoli nel cimitero ebraico della città, dove l’umidità li sfarinò e fece sì che le immagini tantriche di un uomo ed una donna venissero a contatto – in piacevole contatto, visto che procrearono molte copie di se stesse.

Golconda è famosa per i diamanti, e dodici diamantini che incorniciavano ogni immagine dei due amanti si riprodussero insieme con loro; nel 1987 un gemmologo di T’aipei visitò Golconda insieme con il suo amante, un uomo d’affari ebreo di San Francisco, e quando questi volle essere accompagnato al cimitero ebraico, il gemmologo vide le gemme sotto la terra macerata dai monsoni e dalle sepolture.

Una parte del tesoro va allo scopritore, ed i due amanti con esso aprirono un ristorante gay nel famoso quartiere Castro di San Francisco, un ristorante non solo elegante, non solo raffinato, non solo lussuoso, ma tale da provocare nello stesso Aurangezeb la sindrome di Stendhal.

Non tutti i diamantini furono venduti: la metà adornò dei bicchierini d’oro per gli ospiti, ed anziché decorarne il fondo con le foto di pornostar dei due sessi, i proprietari del ristorante vi posero i frammenti dei libri tantrici con le immagini maschili e femminili – quelle a cui il Museo di Golconda aveva rinunciato, in quanto ne erano state generate in gran numero.

Quei bicchieri venivano scrupolosamente lavati a mano, e nessuno perciò si rese conto di che cosa poteva accadere a metterli nella lavastoviglie; però anche le coppie gay alla fine scoppiano, ed il gemmologo tornò a T’aipei, portando con sé sei bicchieri – tre maschili e tre femminili – per il proprio personale museo.

Infelicissima fu la scelta dei bicchieri: le immagini di due di loro erano innamorate l'una dell'altra (mentre il resto era contentissimo del ruolo di stalloni e fattrici svolto senza particolari preferenze mentre erano sepolti a Golconda), ma ignari il gemmologo e l’uomo d'affari le avevano separate.

Hong, il maschio, fu portato a Taipei, mentre Huang, la femmina, rimase a San Francisco – inconsolabili, e con un solo desiderio: riunirsi.

Nel frattempo, la notizia del ritrovamento delle immagini tantriche e dei diamanti nel cimitero ebraico di Golconda aveva fatto il giro della stampa ebraica di tutto il mondo, ed a Tel Aviv una giovane dottoranda in criminologia di nome Hannah lesse un articolo illustrato con alcune delle immagini tantriche.

Subito telefonò al padre chiedendogli quando sarebbe andato in India per affari.

“Fra due settimane, Hannah”, egli rispose, “Perché me lo chiedi?”

“Mi accompagneresti a Golconda?”

“A Golconda? Vuoi occuparti della gioielleria di famiglia? Va bene, ricaverò un paio di giorni liberi e ti porterò in quella favolosa città.”

In realtà, Hannah ed i suoi compagni di corso avevano sviluppato un software che stimava la distanza genetica tra le persone sulla base dei loro ritratti, fotografici ed anche pittorici, e sottoponendo a quel software le poche immagini che illustravano l’articolo, era giunta alla conclusione che rappresentassero persone reali, con consanguineità ben superiore alla media – ovvero fratelli e sorelle di una famiglia che praticava l’incesto da generazioni.

Sottoporre tutte le immagini a quel software avrebbe permesso di porle in un albero genealogico – un grande successo per l’Hi-Tech israeliana! Per questo Hannah si recò a Golconda, e grazie al software scoprì, prima che glielo dicessero, che al Museo mancava circa ¼ delle immagini – in quanto esse lasciavano evidenti lacune nella genealogia.

La direzione del Museo spiegò che quelle immagini erano state il premio per gli scopritori, e che Hannah doveva recarsi a San Francisco per ammirarle, in quel famoso ristorante cinese più strabiliante dei casinò di Las Vegas.

Tutte le lacune tranne sei furono colmate a San Francisco, ed il ritrovamento più significativo fu quello della madre ed ava di tutte le figure, la Huang disperata per essere stata separata da Hong, il loro padre ed avo.

Il gemmologo che aveva ritrovato il tesoro non abitava più a T’aipei, e neppure un investigatore privato riuscì a rintracciarlo; l’uomo d’affari ebreo che era stato il suo amante andò a cercarlo personalmente, e lo ritrovò in una sauna di Kaohsiung.

Dopo che i due ebbero festeggiato la loro riunione, Hannah propose loro di organizzare, insieme con il Museo di Golconda, una mostra di tutte le immagini tantriche ritrovate nel cimitero ebraico, presso il Museo d'Israele a Gerusalemme – le sponsorizzazioni avrebbero coperto le spese.

I due accettarono, ed il mondo scientifico apprezzò molto la mostra; però il principale sponsor si tirò indietro all’ultimo momento: infatti era apparso evidente agli studiosi di paleografia che avevano esaminato tutti i frammenti rinvenuti nel cimitero, non solo le immagini pruriginose, che il materiale era finito lì dentro perché una mano poco avvezza alla scrittura ebraica aveva scarabocchiato il Nome Ineffabile di Dio sulle pagine, per costringere gli ebrei a seppellire quei libri idolatrici.

Inoltre, il fatto che il software avesse chiarito che soltanto Huang ed Hong non erano consanguinei, e che tutti i loro figli, nipoti, eccetera avevano commesso incesto senz’altro limite che il rispetto verso la coppia  loro capostipite (essendo innamorati, Hong ed Huang si concedevano solo l'uno all'altra), rendeva quelle immagini molto più imbarazzanti che per la loro nudità – e ci fu perfino qualche giornale di quelli distribuiti nelle sinagoghe israeliane che fece del ritrovamento la testimonianza della depravazione dei non ebrei.

Infine, uno dei pochi deputati scapoli della Knesset si fece coraggio, ed a nome di molti colleghi propose di riservare l’uso di quel software alla polizia, e solo su mandato di un giudice – per evitare che il suo uso incontrollato svelasse adulteri ed incesti, e fosse occasione di “leshon ha-ra’ = lingua malvagia (perché distrugge la reputazione altrui)”.

Tutto questo indusse Mif'al ha-Payis [le Lotterie di stato israeliane] a ritirare la sponsorizzazione, e lasciò gli organizzatori della mostra con il problema di coprirne le spese –  il pubblico era affluito numeroso, ma il ricavo dei biglietti non bastava certo.

Si incaricò Christie's di vendere all’asta la coppia madre, i bicchieri Hong ed Huang, che spuntarono un buon prezzo, che pagò le spese ed arricchì tutti quanti.

Il compratore era un avvocato dai modi spicci che, dopo aver controllato che i diamanti fossero bene incastonati nei bicchieri, pensò bene di farli brillare mettendoli in lavastoviglie.

***

L’avvocato Romano brevetterà la riproduzione assistita da lavastoviglie dei bicchieri, e questo gli permetterà di deporre la toga; Hannah diventerà una professoressa di Criminologia all’Università Ebraica di Gerusalemme, e preferirà avere figli con la fecondazione artificiale piuttosto che sposarsi con un uomo; Wang e Levi, i due scopritori del tesoro nel cimitero, lanceranno insieme una catena di ristoranti, ognuno con una coppia di bicchieri che si autoriproducono, e faranno così soldi a palate - ma non saranno più amanti, bensì solo soci.

FINE

Nota: Non ho trovato notizie di una comunità ebraica a Golconda - l'esistenza di un cimitero ebraico in quella città va perciò considerata una licenza letteraria.